Stage e oltre. “Scandalo!”

Stage e oltre. “Scandalo!”

di Francesco Bizzotto

“Devi trovarti al posto giusto nel momento giusto”, dice Mariagrazia Iacomino, 27 anni, di Napoli, a Diana Cavalcoli del Corriere della sera (1° aprile), che firma con Dario Di Vico una bella indagine sul fenomeno stage. Espressione amara e – dirò – vera. Non così. “È uno scandalo”, dice Francesco Seghezzi della Fondazione Adapt, che per statuto compie “Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del Lavoro e le Relazioni Industriali”. Detto che sono molte le imprese che gestiscono gli stage con serietà e rispetto per i ragazzi (assunti poi al 25%), l’articolo denuncia: “Nel dibattito sulle politiche attive del lavoro c’è una zona d’ombra di cui nessuno parla: è impossibile sapere quanto sono pagati gli stagisti italiani.” E informa: con “Elsa Fornero (…) era previsto un monitoraggio (…) ma evidentemente non c’è stata mai la volontà di farlo”. Politiche attive? La Fornero le aveva a suo tempo rinviate di 6 mesi, ma non sono decollate, nonostante le pressioni e gli esempi europei (la Germania fa 12 volte di più), di cui non so se la Fondazione Adapt ha dato conto. Niente. In Italia bisogna fare così: giocare prima il secondo tempo; prima le Politiche attive, dopo si toglie il paleolitico dell’articolo 18. Lo dice, in Francia, la Cfdt.

Da noi non c’è un Mercato del lavoro (Ernesto Galli Della Loggia, tra i pochi intellettuali rimasti svegli), perché i giovani sono lasciati in balia delle imprese. Nei castelli medievali non l’avrebbero permesso. A noi piace buttare soldi ai bisognosi (e prima: avere gente nel bisogno, disoccupati). Qui ci sprechiamo. Se un Magistrato apre un fascicolo Formazione o Cassa integrazione o Tutele / Mobilità, ne vediamo – si dice – delle belle. Ma le imprese non sono innocenti. Anzi, il problema è qui. Bisogna, però, non prendersela con loro: è gente per lo più seria. Il pallino è nelle mani di Politica, Istituzioni e Associazioni.

Come per la Formazione. Detto che la scuola ha deliri di vacuità quando pretende di formare senza prospettive di lavorare, si fatica a indagare la Domanda di competenze delle imprese. Dove si fa, si danno ampie garanzie di discrezione. È segreto industriale. Perché non si vuole la concorrenza (la cosa più di sinistra che io conosca, detestata però dalla Sinistra, oltre che dalla Destra), che però non possiamo chiedere all’impresa: la fa solo la Politica, lo Stato. Nel caso, la concorrenza per il più prezioso dei capitali: il Capitale umano. Abbondante, sottoutilizzato, disponibile; fa giri di pista, scalda i motori, e non corre. Perché gli Usa ancora sono vincenti? Perché sulla concorrenza non scherzano. Se bari, sei fuori. Da noi son fuori (all’estero, in esilio) i Giovani che vogliono provarci, misurarsi, rischiare, avere chance. Oppure son qui e fanno, gratis, cose di valore. In molti modi, in tutti i campi. Altro che stage. È così.

Allora, le Politiche attive (e gli stage seri) servono per creare il Mercato (la Mobilità) possibile; per consentire al lavoratore e all’impresa di dialogare e scegliersi: mettere il collaboratore giusto con l’impresa giusta, il migliore con il migliore; consentire anche al lavoratore di scegliere l’imprenditore, non solo il contrario. Certo ci vuole anche fortuna (trovarsi “al posto giusto nel momento giusto”). E non è solo questione di occupazione. È questione di produttività e soddisfazione (il 68% dei lavoratori non lo è: sarà un caso?).

Come non è cosa solo razionale, di risultati, ma piuttosto d’impegno e di feeling. Così, il lavoratore che non s’impegna è fuori posto; verrà sostituito e ri-formato. Ma … Non c’è lavoro. Con Politiche attive l’occupazione cresce del 20%. Poi, valorizziamo il no profit.

I Giovani sono sfiduciati e delusi un po’ per i soldi, molto perché non abbiamo dato loro la base dell’eguaglianza, il rischio, la possibilità di concorrere: contribuire, misurarsi ed essere a loro volta misurati; rendere misurata la prospettiva in termini di probabilità. Un rischio, appunto. Gli abbiamo tolto la tensione senza la quale il violino non suona e l’arco non si tende. E la giusta tensione, il sano concorrere, li fanno solo la buona Politica che governa, e l’opinione pubblica. Detto tra noi: io so come far finire lo scandalo. Adapt esca dal chiuso e promuova una tre giorni sul tema – con festa e competenza – in piazza Duomo a Milano. Inviti tutti. Anche Beppe Grillo. Il giorno dopo, si cambia registro.