Socialdemocrazia a 5 Stelle?

Socialdemocrazia a 5 Stelle?

di Franco D’Alfonso

C’è un elemento comune nei programmi di politica economica dei due vincitori delle ultime elezioni, M5Stelle e Lega, difficile da individuare per via del prevalere mediatico degli slogan di rapido consumo ed impatto elettorale su onestà e sicurezza. Si tratta di una vena “socialdemocratica” di redistribuzione del reddito ad opera dello Stato. Che altro è, infatti, il “reddito di cittadinanza” se non la banalizzazione e la combinazione da apprendista stregone della  “flexsecurity” realizzata in Scandinavia e delle pensioni minime del primo centrosinistra italiano?

E perché meravigliarsi del fatto che i pensionati figli del baby boom del secolo scorso, protagonisti delle lotte sindacali del dopoguerra, assicurino dagli antichi quartieri popolari di Milano molti consensi a chi promette l’abrogazione della legge Fornero, restituendo quello che sentono essere una conquista dolorosa e faticosa che è stata loro strappata indietro senza ricevere nulla in cambio?

Non intendo in questa sede affrontare il serissimo ed impegnativo tema delle ragioni della sconfitta della politica socialdemocratica nell’era della globalizzazione, della necessità del nesso sovranità-politica a livello europeo come condizione indispensabile per la sopravvivenza della democrazia governante e meno che meno ritornare sull’assoluta improponibilità pratica dei “programmi” pensati per non essere mai messi alla prova come quelli che hanno contribuito al successo di 5Stelle e Lega .

Voglio solo far notare come l’aver abbandonato e non tentato di aggiornare la politica socialdemocratica europea sia stato l’errore principale commesso dal PD in Italia nel momento nel quale si è assicurato, in un modo o nell’altro, il monopolio della parte politica dalla quale ci si sarebbe aspettata una proposta di questo tipo.

Il monito di Federico Caffè espresso nel 1979 non è stato ascoltato né allora né mai: ”Non è del tutto inutile sottolineare il vero processo di regressione culturale che è in corso con le quotidiane evocazioni del “mercato”, del tutto svincolate dai fallimenti che quotidianamente esso dimostra nel suo concreto operare; con le filippiche sull’ “imperialismo” del settore pubblico, quando sotto i nostri occhi esso rimane il mezzo per la socializzazione delle perdite dovute, nel migliore dei casi, a imprenditori che si improvvisano tali nei tempi di prosperità, ma si dimostrano incapaci di delineare linee di ripiegamento nei pur prevedibili periodi di difficoltà; con l’attribuzione unilaterale al costo del lavoro di responsabilità dei processi inflazionistici che esso condivide con numerosi altri fattori (Federico Caffè, Prefazione a J. O’Connor, La crisi fiscale dello stato, Einaudi, Torino 1979, p. X).”

Dobbiamo ricordarci che il M5S è il prodotto dello sfascio culturale della società politica italiana: se non fossimo caduti così in basso e se fosse esistita una vera forza socialista di massa, il M5S non sarebbe mai nato.

Per questo ci sono grandi interrogativi sul fatto che un movimento così eterogeneo e poco strutturato abbia le capacità di far riemergere dagli abissi la politica e l’economia del nostro Paese.