Modello Milano? (3) Locomotiva milanese?

Modello Milano? (3) Locomotiva milanese?

di Antonio Santangelo

Francesco Cancellato, in un articolo su l’Inkiesta esprime una forte sfiducia nel “modello Milano”, suggerito dal sindaco Beppe Sala come modo per risollevare le sorti del Belpaese.

Le vicende di questi giorni sembrano dargli ragione, la spaccatura del Paese in due, Nord antitasse e Sud assistito, rifiuta decisamente l’orientamento della borghesia milanese.

Cancellato riconosce il dinamismo della città, “la città che sa organizzare i grandi eventi, la metropoli che non smarrisce il suo senso di comunità, che organizza marce a favore di migranti e richiedenti asilo, che sa conciliare innovazione e inclusione sociale, che produce e riproduce classe dirigente di medio-alto livello in ogni possibile declinazione privata e pubblica”. A riprova ricorda che le cose migliori fatte dalla sinistra a Milano sono “i progetti iconici” della Moratti: Expo, area C, car e bike sharing, linee del metro.

Ma la dinamicità di Milano è la stessa delle grandi metropoli mondiali, città idrovore capaci di attrarre talenti, di catalizzare capitali, destinate però a mettersi contro il resto del Paese, ridotto a territori svuotati, senza identità. E, ricorda Cancellato, in questo si allinea alle altre metropoli mondiali e a un paradossale destino: essere epicentri della modernità e contare meno di zero dal punto di vista politico. Una sorta di riedizione maoista delle campagne che assediano le città, per soggiogarle. Nell’esito elettorale questa prospettiva si è fatta quanto mai concreta, e ha denunciato in modo plastico i limiti delle politiche governative recenti.

Il fenomeno indicato da Cancellato esiste ed è concreto: già oggi più del 50% della popolazione mondiale vive accentrato nelle città e produce i due terzi del PIL mondiale, racconta McKinsey, e il processo è destinato a progredire. E Enrico Moretti, ricordato dall’autore, nell’analizzare il modello di Silicon Valley, osserva che l’innovazione tende a concentrarsi in ecosistemi definiti geograficamente. Attorno a questi ecosistemi si concentra la ricchezza ma si creano squilibri e si addensano zone di disagio

A questo punto si pone però una domanda: qual è il futuro che occorre preparare, per assicurare lo sviluppo del Paese? Hanno ragione leghisti e grillini, che propongono un modello antitetico fatto di rifiuto della globalizzazione, recinzione nazionale, difesa dei territori?

Entrambi i modelli, l’autoctono e il milanese hanno limiti, sebbene diversi.

Li accomuna una visione di rimessa, verrebbe da dire di piccolo cabotaggio, che è anche il limite nazionale e deriva dall’incapacità di pensare in prima persona alla costruzione dei futuri possibili, primo fra tutti quello legato all’Europa. Controparte sempre, vissuta nel migliore dei casi solo come capro espiatorio per spiegare tutte le inadeguatezze del Paese, condannandosi così all’incapacità di influire sui processi reali. Per cui non resta che affidarsi al presidente francese e alla sua progettualità svincolata da appartenenze ideologiche, per sperare in un avanzamento del progetto.

Nell’impostazione grillo/leghista poi si aggiunge l’orizzonte a breve, teso a sfruttare le opportunità del momento, senza una visione strategica. Evidente, questo atteggiamento, nella scelta di gran parte del mondo industriale del lombardo-veneto di sostenere le pretese salviniane. Dario Di Vico ha evidenziato per primo l’ossimoro di territori che hanno reagito alla crisi con la capacità di competere a livello internazionale incrementando le esportazioni che nell’urna premiano poi una concezione opposta della strategia di sviluppo. Ossimoro che si spiega solo con la pretesa furba di usufruire di entrambe le opportunità, quindi di nuovo un’ottica miope.

Non c’è dunque spazio per il modello Milano, e per la sinistra che in esso si riconosce? Forse sì, se supera i limiti attuali spingendo con più convinzione sull’innovazione tentata sino ad oggi.
Il limite del Paese sta nei suoi difetti storici, non nelle presunte fughe in avanti recenti.
Semmai Milano deve puntare ad allargare il suo orizzonte, uscire dall’autoreferenzialità, divenendo punto di riferimento di territori più vasti nelle sue politiche, condividendo e allargando ai territori e al Paese i suoi obiettivi strategici. Qui stanno oggi i suoi limiti: nell’incapacità di pensare persino in scala “metropolitana”, nell’ideazione di sue iniziative cruciali come lo Human Technopole senza fare rete con eccellenze nazionali. Vi sarebbe una grande potenzialità se Milano riuscisse a divenire punto di riferimento dei molti ecosistemi sparsi sul territorio nazionale, che ne costituiscono la grande forza, come ha osservato il prof. Enzo Rullani, e se sfruttasse le connessioni internazionali che ha per porsi come catalizzatore degli assetti industriali del nord Italia.

In alcuni approcci e politiche locali una traccia di mutamento si può individuare. La velocità dell’innovazione mette in crisi le ricette consolidate del welfare, mette in crisi ceti sociali, in discussione il sistema formativo, evidenzia i limiti dei poteri locali. Occorre capacità di ascolto e di lettura della discontinuità a livello sociale. Un esempio può essere l’attenzione  con cui l’assessorato al Lavoro del Comune di Milano guarda a fenomeni e ceti emergenti: coworker, designer e artigiani digitali, che indica un metodo e una prospettiva. Dare visibilità a soggetti alla ricerca di un’identità, facilitarne la collaborazione, agevolarne l’attività attraverso l’ascolto, indicare prospettive senza necessariamente avere leve specifiche o risorse, ma canalizzando le energie inserendole in un contesto più ampio, indica una possibile strategia. In questo modo si fa assumere massa critica a questi fenomeni e se ne evita la marginalizzazione.
L’aggancio all’Europa è l’altro fattore critico: partecipazione alle sfide UE, come quella delle città resilienti, implica l’accettazione di una sfida al cambiamento e al tempo stesso la connessione con realtà internazionali per individuare nel confronto le proprie specificità.

Se questo funziona a livello locale e internazionale forse può aiutare a colmare il divario a livello nazionale.