Modello Milano? (1) Milano è diversa perché è la città delle opportunità e della mobilità sociale

Modello Milano? (1) Milano è diversa perché è la città delle opportunità e della mobilità sociale

di Lia Quartapelle

Pur riconoscendo alla nostra città un indubitabile primato nell’innovazione economica, Giulio Andreotti, con un pizzico di disprezzo romano, diceva che in campo politico “Milano ha sempre fatto solo confusione”. Chissà se a fronte del cataclisma elettorale del 4 marzo 2018 avrebbe confermato il suo giudizio tagliente.

Il risultato della città di Milano è infatti parso più un accidente legato all’unicità della città che un dato sostanziale: in netta controtendenza con il trend nazionale e regionale, la proposta del centrosinistra è riuscita a conquistare 4 collegi su 7 e dove ha prevalso Giorgio Gori su Attilio Fontana.

Questi numeri sono quindi stati letti dai più come una eccezione curiosa che confermava la regola della vittoria della Lega al Nord e dei 5 Stelle al Sud e quindi del bipolarismo populista. A cascata, questi risultati sono stati portati a esempio della crisi del PD, da considerare all’interno della crisi del centrosinistra europeo, che sa rivolgersi solo agli inclusi, agli abbienti, ed è incapace di parlare ai “forgotten men and women” che oggi preferiscono le proposte di rottura del sistema dei populisti.

Da qui anche il dibattito sviluppato con intelligenza anche in questa sede, sul cosiddetto “modello Milano” ovvero sulle responsabilità del centrosinistra milanese nel rilancio della prospettiva progressista a livello nazionale.

La lettura del voto sulla base di indicatori demografici e sociali è stata, a parte alcune eccezioni, ancora frettolosa e superficiale, soverchiata dalla nettezza della sconfitta a sinistra.

Mi sembra invece utile soffermarci su alcune caratteristiche sociali ed economiche di Milano che hanno permesso agli elettori di prestare orecchio e eventualmente anche di scegliere le proposte del centrosinistra. Cosa c’è a Milano di diverso rispetto al resto d’Italia che rende credibile una proposta politica che nel resto del Paese è stata ignorata oppure rigettata?

Il successo della proposta del centrosinistra a Milano è dovuto soprattutto a una questione: come diceva l’arcivescovo Ariberto di Intimiano nell’XI secolo, Milano è pane e libertà, ovvero è la città delle opportunità. Ogni anno 50mila giovani da tutta Italia si trasferiscono a Milano per lavorare e studiare, in una città che ha fatto della capacità di far crescere e valorizzare i talenti una caratteristica e una forza.

Mentre nel resto di Italia si registrano dati agghiaccianti sulla disoccupazione giovanile, Milano è capace non solo di creare occasioni di lavoro per i giovani milanesi, ma riesce ad assorbire lavoratori dal resto del Paese. Milano è la città d’Italia dove si registra il più altro tasso di occupazione femminile, in media con le realtà europee e totalmente in controtendenza con il dato nazionale (in Italia lavora meno di una donna su due, il secondo dato più basso di tutta l’Ue).

Fa bene Cancellato a ricordare quanto il modello Milano dal punto di vista economico rischi di approfondire le diseguaglianze, così come è importante ricordare che i giovani laureati che lavorano a Milano spesso siano sottopagati e sfruttati (tanto da essersi meritati categorizzazioni come “la generazione mille euro” o “la classe disagiata” dal titolo di un bel libro di Raffaele Alberto Ventura).

Ma il messaggio che arriva dalle urne di Milano a livello nazionale è proprio questo: la proposta di centrosinistra è ritenuta ascoltabile e credibile solo in quei luoghi dove esiste l’opportunità di vedere riconosciuti i propri talenti e dove c’è mobilità sociale. Non è uno spunto da poco, per rinnovare la proposta di centrosinistra in un Paese bloccato come l’Italia dopo anni di una crisi devastante come quella del 2008.