L’immaginazione ha potere

L’immaginazione ha potere

di Stefano Golfari

La vera forza di Salvini non sta nei voti che ha preso, anche se sono tanti. Sta nel fatto che piace alla gente. Non lo dico io, lo ha scritto Lucia Annunziata, direttrice dell’Huffington post, in un interessantissimo editoriale in cui chiudeva il giudizio lusinghiero sulle prime mosse da protagonista nazionale del milanese più in vista del momento con un – in cauda venenum – “è appunto questa la differenza fra populismo e politica”.

Analogamente, Di Maio non vale solo i voti che ha – e sono tanti! – vale per la tendenza diffusa (soprattutto fra i giovani che valgono doppio) a vedere nei 5 Stelle qualcosa di bello, di attuale: di moda. C’è un’immagine vincente, un brand coinvolgente, che ha portato alla vittoria i due Movimenti (ci si badi: Movimenti) e dopo la vittoria li accompagna, li protegge, sopravanzando i contenuti e le scelte di programma.

Le promesse politiche, infatti, sono già state smentite su più punti senza bisogno alcuno di dare spiegazioni pubbliche. Perché il pubblico – il loro pubblico – applaude ciò viene mostrato sulla scena, mentre i contenuti stanno dietro le quinte e sono roba noiosa, per addetti ai lavori.

Ora, che tutto ciò giungerà a un limite oltre il quale a contare saranno i contenuti è probabile, sperabile. E temibile. Ma intanto è certo che proprio su questo fronte, quello dell’immagine, il campo progressista ha le sue armi più spuntate.

Ho utilizzato “campo progressista” di proposito, per citare Pisapia: l’ultimo successo di immagine che, in scala cittadina, si possa portare a confronto con il sentiment popolare da cui Salvini e Di Maio sono circondati, abbracciati, accadde a Milano nella primavera del 2011. Non dai “partiti politici” bensì dalla Comunità civica Giuliano Pisapia risultò scelto come simbolo di una svolta attraente. Partecipare alla sua campagna elettorale, vestirsi di arancione, essere in piazza, andarci in bici, era una cosa trendy: acchiappava. No, non era affatto così banale: il candidato “di sinistra” riuscì ad essere in quei mesi lo specchio che rifletteva l’immagine della Milano progressista, che è un contenuto ponderoso della storia politica cittadina, ma è anche e più semplicemente declinabile al futuro come voglia di una città più progredita, più moderna, più aperta al futuro, più democratica, più libera, più vicina e più utile alla gente.

Il giornalista Roberto Poletti aprì un canale televisivo nel quale portava la Moratti a fare la spesa al mercato: la destra aveva capito che stava nel fattore immagine il guaio vero. Letizia però al mercato ci arrivava con un blindato nero e con le guardie del corpo che le aprivano la strada, e questo complicò il recupero. Si tentò alla fine con il ricordo degli anni ribelli della sinistra extraparlamentare (bufala inclusa), ma non c’era più niente da fare: Giuliano aveva una immagine calda, anche quando l’oratoria stentava. La signora Moratti appariva algida, fredda, lontana, era la Milano che parla come pochi si possono permettere: era l’establishment.

Ricostruita così, solo sul filo dell’immagine, la narrazione della vittoria degli “Arancioni” è tradita dalla fretta: ci fu altro? Sì, e molto altro ci fu e non ci fu dopo… Ma il vizio di sottovalutare il fattore immagine sta diventando, nel PD, a sinistra, nel Centrosinistra (già tre brand in concorrenza sono una pazzia) una gravissima malattia. Non ce lo si può concedere ora che strategie ragionate, geniali – ammettiamolo – e macchine mediatiche di geometrica potenza hanno costruito i fenomeni 5Stelle e Salvini.

Sembrerà comunque strano a molti il fatto che in una attualità già così diversa io avverta la necessità di tirare fuori dal freezer un Pisapia 2011, andato nel frattempo congelandosi che nemmeno Messner sul Nanga Parbat… Pensateci: la vittoria di Sala, post-Expo, ebbe entusiasmi diversi, meriti differenti, un portato di immagine di valore altissimo (Milano ci campa ancora oggi) ma meno popolare, meno diffuso. Per diffondere popolarità nemmeno le “Leopolde” (la più riuscita invenzione di immagine del Renzismo, dopo il camper) andrebbero più bene. Erano lo spettacolo della costruzione di una nuova classe dirigente: la vittoria di Salvini e Di Maio ha travolto tutto, passato remoto e prossimo di quella fase. Ora la classe dirigente provano a farla loro.

Il primo passo che invece deve, dovrebbe fare chi ha perso con-senso (e anche Milano deve, dovrebbe ragionare in questo senso perché nessun voto è un’isola) è recuperare  in simpatia. Come è noto per gli antichi greci la simpatia era la capacità di vivere sensazioni affini, condividere il πάϑος, che è l’opposto di farsi compatire. Basta con le sedute di autoflagellazione, dunque, specie se sono aperte al pubblico e alla TV. La ri-costruzione di un’immagine positiva, simpatica, attraente – senza la quale è meglio tirar giù la clèr – è una scienza che misura i suoi effetti sulla gente, non sui protagonisti della liturgia di partito. Per questo è vivamente consigliato rivedere quel film girato a Milano nel 2011 in cui un non-protagonista timido di un non-partito etereo riesce a conquistare una città. E che città: Milano. Giuliano, il non-protagonista, usa due chiavi magiche: Civismo e Progressismo e la forza dell’immaginazione. L’immaginazione ha potere.