Il “modello Milano” sarà anche di difficile esportazione, ma “Domani l’Italia penserà quello che oggi pensa Milano”

Il “modello Milano” sarà anche di difficile esportazione, ma “Domani l’Italia penserà quello che oggi pensa Milano”

di Franco D’Alfonso

Francesco Cancellato  non la pensa come Gaetano Salvemini, che era guidato  dalla massima: “Domani l’Italia penserà quello che oggi pensa Milano”. D’altro canto, l’aforisma di Salvemini indica da oltre un secolo quello che per alcuni è una minaccia e per altri una speranza.

L’esito delle elezioni del 4 marzo ripropone questo dilemma sul piano del modello politico: partendo dai dati elettorali,  di segno opposto già rispetto a quelli della cintura metropolitana,  si parla di “modello Milano” per definirlo di volta in volta anomalia irripetibile  o  frutto di “privilegi” (l’investimento pubblico su Expo) per sgombrare il campo da possibili concorrenti e nuovi attori sulla politica nazionale, che sembra essersi trasferita tutta all’interno dei Palazzi romani .

E’ pratica costante nei partiti nazionali tollerare a fatica le scelte milanesi, guardandosi bene dal considerarne praticabile l’esperienza, ma ogni volta che il gap di innovazione politica, economica, sociale tra il laboratorio Milano ed il resto del Paese si allarga  e l’esempio ambrosiano dovrebbe essere preso in positivo, si verifica l’incapacità della politica “milanese” di assumere un ruolo importante, se non la guida, nella politica nazionale.  La capacità di “fare comunità”, di mettere gli interessi della città davanti a quelli dei partiti che è la cifra di Milano nei momenti importanti  svanisce quando si tratta di “fare squadra” politica verso il Governo, disperdendosi nei rivoli e nelle camarille dei diversi partiti e correnti.

Vero è che anche l’ultimo voto milanese, complessivamente favorevole al centrosinistra e con  una marcata maggioranza europeista, è più indice di un’anomalia che non di una situazione facilmente replicabile: gli elettori che si sentono parte di una città internazionale, in grande trasformazione e con lo sguardo al futuro sono maggioranza rispetto a coloro che si sentono esclusi, concentrati nei quartieri della città operaia del secolo scorso, oggi permeabili al messaggio degli imprenditori della paura della Lega di Salvini  ed al ribellismo sanculotto dei 5stelle, che resta ancora minoritario all’interno della vecchia cinta daziaria.

Se è del tutto evidente che anche e forse soprattutto a Milano tanto il centrosinistra quanto i conservatori “moderati” hanno un problema di rapporto con una ampia fascia di popolazione anziana che sta perdendo tutele e sicurezze conquistate al tempo della Prima Repubblica e con i nuovi “lumpen” generati dall’emarginazione giovanile, è altrettanto evidente  che l’impianto  politico  nel quale si muove l’esperienza milanese (Europa + autonomia) rappresenta il solo quadro entro il quale può svilupparsi il rilancio del Paese.

Milano non è immune dalla rottura tra classe politica e cittadini che si è verificata in tutto il nostro Paese, seppure con caratteristiche profondamente ed irrimediabilmente diverse tra Nord e Sud. Più semplicemente può ancora godere, in quanto realtà urbana ben gestita, di una comunità di riferimento più numerosa e motivata rispetto a quanti vivono in aree di disagio urbanistico e sociale. Il tema più urgente è certamente quello di  intervenire per ridurre queste ultime, prima che il disagio della periferia urbana si saldi con quello del resto di una Italia che sta scivolando verso la periferia d’Europa, ma occorre farlo senza perdere l’orientamento e la spinta della città che non solo “ce la fa” ma ambisce a fare meglio.

Pensare in termini di progetti di largo respiro, quando persino gli interventi di manutenzione ordinaria sono resi ardui dal contesto è sicuramente complicato. Ma Milano ha il dovere di avviare la valutazione e la realizzazione di importanti e innovativi progetti politici, economici, sociali che permettano a tutto il Paese di restare attaccati all’unica locomotiva in grado di dare una prospettiva del terzo millennio a tutti i cittadini, vale a dire la criticatissima, spesso a ragione, Unione Europea.

Senza una politica al contempo europeista e partecipativa tutto questo sarà impossibile. Il “modello (politico) Milano” sarà di difficile esportazione, ma non è solo il migliore, è l’unico che abbiamo a disposizione.