Lavoro chiama Europa

Lavoro chiama Europa

di Francesco Bizzotto

Servono Politiche europee di Mobilità e Concorrenza, anticipatrici dei problemi.

Bene il Governo. Il Jobs act è un sentiero di Libertà e Partecipazione

Jobs act free? Resta la pura assistenza

Lavoro: il Governo ha operato bene; giova ripeterlo. Il Jobs act è un percorso a due binari: 1°) un clima nuovo in azienda (un assumere e licenziare più facili per i nuovi, con minore sicurezza del posto, crollo delle liti e pochi licenziamenti), e 2°) maggiori tutele per tutti, fuori, nel territorio, in termini economici, di orientamento, formazione e incontro tra Domanda e Offerta. Il primo binario ha ridotto i diritti in azienda (articolo 18). Il secondo ha istituito l’ANPAL, l’Agenzia nazionale delle Politiche attive, per fare come dice l’Europa: forti azioni di accompagnamento per trovare e cambiare lavoro se l’azienda o il rapporto non va.

È evidente che siamo fermi al primo binario (il clima). Le Politiche attive, perso il referendum, sono rimaste al palo (regionale). Ma, il guaio vero era l’idea di poter fare senza le imprese. Vi ha posto rimedio la riforma delle Camere di commercio (2017) che impegna il sistema a contribuire alle Politiche attive. Così il Governo ha messo il pilastro fondamentale all’edificio, con l’obiettivo di sapere qual è la Domanda di lavoro (e qualcosa si muove), per Orientare e Formare in modo più consapevole, e quindi responsabilizzare un po’ tutti, dalle famiglie ai formatori aziendali e alle Università (giusta l’autonomia, non l’autoreferenzialità).

Impresa titanica. Urge un carico istituzionale europeo. Il problema è di tutti, Francia e Italia per primi. Ognuno per sé, indebolisce l’Europa e offre spazio agli amici di Trump e Putin.

Serve un Regolamento dell’Ue che segni un percorso ormai chiaro: lasciare andare l’antagonismo del ‘900 e scommettere sul sistema impresa, sulla nostra capacità di anticipare i problemi e così renderli sostenibili (come è per i rischi). Possiamo garantire a tutti diritti, aiuti e tutele ma non più in azienda (al 95% ha meno di 5 dipendenti), nel territorio. In azienda è indispensabile l’armonia delle relazioni e, semmai, il conflitto di merito.

Per alzare il tasso di contributo alle attività da parte di tutti. Così, l’intrapresa realizza visioni e progetti in libertà, con minori vincoli, e il lavoro vi partecipa se trova spazio e sintonia. Altrimenti cambia. Al centro si pongono le (buone) relazioni di collaborazione, gli apporti attivi, la sostanza, per esaltare il nostro punto di forza: creare, innovare, farci apprezzare (tenere alti i prezzi) e convincere a investire e a non de localizzare. Si possono forse imporre i prezzi e gli investimenti? Come dire: realizzare insieme il sogno schumpeteriano d’impresa e quello marxiano di emancipazione del lavoro. Il contributo passivo (manodopera) e la rigidità che se ne frega della relazione, sono fuori dal mondo e ci condannano tutti (imprese, lavoratori, Europa).

Così, non si capisce l’dea Jobs act free fiorita prima a Roma (Acea) a poi a Napoli, se non in termini di accomodamento alle crisi e agli andazzi. Significa lasciare il lavoro – anche il più umile, che certo merita di essere capito e tutelato – fuori dalla porta (della dignità, del contributo attivo e responsabile). È incapacità di comprendere i problemi delle imprese e delle città. “Qui facciamo sul serio”, ha detto Enrico Panini, assessore di Napoli al Lavoro e pure alle Attività produttive. In una lunga intervista al Corriere del Mezzogiorno (25.02.’18) non dice una parola sulla volontà e possibilità della larga maggioranza dei lavoratori di contribuire a risanare e rilanciare il sistema delle imprese pubbliche e private napoletane. Per l’assessore, fare impresa ed ente pubblico ha come obiettivo posti di lavoro garantiti.

Non esiste. Perché non funziona; non si paga; pagano altri. Ce lo vogliamo porre il problema?