Povertà e diseguaglianza in Lombardia: una regione che non cresce come può e deve

Povertà e diseguaglianza in Lombardia: una regione che non cresce come può e deve

di Luciano Pilotti
Candidato Lista INSIEME – Collegio Plurinominale Camera dei Deputati 3.01
Lombardia  –  Brescia

La popolazione a rischio povertà in Lombardia è del 17,6% quasi la metà di quella italiana che è del 28,7%, penultima in Europa (Rapporto Euopolis 2017). Quindi tutto bene ? Non proprio. Infatti, se guardiamo alla popolazione in “severa deprivazione materiale” scopriamo che in Lombardia  siamo al 6,4% ben sopra la media europea e l’Italia ancora più sopra a 11,5, terz’ultima. Se guardiano poi ai giovani (18-24) che abbandonano istruzione e formazione prematuramente la Lombardia è ben sopra la media UE21 con 12,7 e l’Italia a 13,8 (quart’ultima e terz’ultima). La quota di popolazione con titolo studio terziario vede la Lombardia al 19,3 e l’Italia al 17,7 penultima e ultima in EU21.

E’ noto che l’occupazione terziaria riduce l’”effetto poverta’” perché più occupabile, adattiva e resiliente. Cosi nel tasso di attività femminile, con Lombardia terz’ultima, tra i più bassi d’Europa e con l’Italia ultima dopo la Grecia. Ciò ha effetti sul tasso di crescita del pil reale che vede la Lombardia quart’ultima in EU21 con 0,8, la metà della media europea e anche più bassa dell’Italia.

Infatti, se alzassimo di solo il 10% il tasso di attività femminile, avremmo un incremento di PIL dell’1%. Cosi se guardiamo alla quota dei NEET la Lombardia è terz’ultima con il 19,9% e l’Italia ultima in UE21 con il 26%, lontanissimi dalla media UE21 di 13,7%. Fenomeno altamente preoccupante e che si ritrova in parte nella quota di R&S con la Lombardia a 1,33, addirittura inferiore a quella dell’Italia a 1,38, comunque distanti dalla media UE21 a 1,6.

Eppure il reddito disponibile delle famiglie lombarde è tra i piu alti dell’UE21 con 19.700€ (16,100€ Italia), espressione di un paradosso da diseguaglianze economiche e infrastrutturali crescenti che non ha rilanciato l’ascensione sociale con caduta di investimenti e produttività. Mancati investimenti che si ritrovano anche nell’inquinamento da PM2.5 con la Lombardia ultima in UE21 con 26,3 contro media a 14. Ma anche nella quota di individui che usano internet per interagire con istituzioni pubbliche pari a 29 e 24 per Lombardia e Italia, penultima e ultima in UE21 che mostra media di 53. Cosi come la quota delle famiglie con accesso internet che vede la Lombardia sotto la media UE21.

Questi dati ci mostrano gli ampi margini di miglioramento da un punto di vista industriale e infrastrutturale dove si può fare certamente meglio proprio partendo dalla riduzione delle tante diseguaglianze emergenti dall’istruzione alla sanità, dai trasporti alla formazione non avendo investito adeguatamente in questi ultimi 20 anni nella qualità dei contesti di attrattività e nella qualità del capitale umano.

Dunque le disuguaglianze di reddito (non solo in Lombardia e in Italia), di accesso alle risorse materiali e immateriali, di accesso all’istruzione (o anche di fruizione di una “giustizia giusta” e di “funzioni di cura giuste” oppure di partecipazione alle decisioni politiche e alla vita sociale) sono in crescita. Peraltro dove cresce la diseguaglianza cresce la morbilità sociale (alcolismo, deroghe, suicidi).

La lunga crisi del 2008 ha solo accelerato ma non di per sè generato ex-novo quei processi asimmetrici e diseguali. Diseguaglianze che non possono essere descritte come effetto ineluttabile dell’agire dei mercati. È dimostrato che i Paesi con maggiori diseguaglianze (di reddito, di accesso all’istruzione e alla salute) sono i Paesi con meno mobilità sociale  e tra generazioni e sono quei paesi che crescono meno. Tra questi troviamo, USA, Regno Unito e Italia e a seguire Francia e Giappone. Mentre all’opposto tra i più dinamici troviamo Finlandia, Danimarca, Norvegia , Svezia. In posizione intermedia (ma favorevole ) Canada, Germania , Nuova Zelanda e Australia.

La Riduzione di progressività nella tassazione aumenta le diseguaglianze mentre la riduzione del tasso di risparmio la riduce, ma aumenta ancora con riduzione della dimensione media delle famiglie (come rileva il premio Nobel Stiglitz). Il cambiamento tecnologico premia i lavori qualificati che accrescono le proprie remunerazioni e dunque allargando le diseguaglianze secondo alcuni.

La forza degli oligarchi dell’informazione (Google, FB, Instagram, Amazon, ecc) e relativo indebolimento delle authority antitrust, ha sicuramente accresciuto il loro potere di mercato e le rendite di posizione monopolistica. Dunque hanno contribuito ad allargare le diseguaglianze. La separazione tra finanza ed economia reale è stato certamente un acceleratore di diseguaglianza, così come la perdita di forza dei corpi intermedi e tra questi i sindacati che hanno accelerato le fratture tra crescita della produttività e remunerazioni del lavoro e che si sono abbattute su caduta ella domanda di consumi e poi di investimento. Da qui dobbiamo ripartire con riavvio di politiche industriali locali e multilocali e nuove alleanze tra pubblico e privato secondo modelli sostenibili e partecipati verso una Innovation Region.