Élite, quale élite?

Élite, quale élite?

di Antonio Santangelo

L’ultimo gioco in città sembra essere quello di sparare sul quartier generale (il governo a trazione PD). Ma i motivi per cui criticarlo sono spesso altri, e conviene discuterne con lo sguardo fisso al futuro

Se c’è una cosa che caratterizza questa campagna elettorale, iniziata peraltro il 5.12.2017, è la miopia. Non si tratta tanto del non mettere a fuoco i problemi, quanto nello sguardo corto, rivolto al 5 marzo o, se va bene, al massimo a qualche mese dopo.

Sostenere questo, al di là dell’inadeguatezza di gran parte del ceto politico, implica anche un giudizio severo nei confronti della classe dirigente nel suo complesso.

Il dibattito che si svolge nei media e attraverso essi, si è focalizzato sulle promesse elettorali e costi connessi, sui prevedibili risultati e sui possibili schieramenti, sulle liste di impresentabili e presentabili.

Restano assenti, nella campagna elettorale, i grandi temi strategici: le forme della democrazia prossima ventura, gli equilibri internazionali, la struttura della società futura. Assenti o quasi nella baruffa quotidiana dei partiti, ignorati dalla stampa e dai media, inespressi nelle, scarsissime, prese di posizione delle forme organizzate della società, sindacati e associazioni imprenditoriali.

L’afasia è totale riguardo le forme della democrazia: assente la discussione sulle riforme costituzionali e della rappresentanza. Si critica da più parti il sistema elettorale, dimenticando che è stato un parto faticoso dopo la denuncia dell’Italicum, la cancellazione del sistema simil-tedesco dopo un dietro front dei 5stelle, e frutti di una mediazione dei restanti partiti.

Grande scandalo. In compenso non una voce si leva sull’opacità di un meccanismo di selezione avviato su una piattaforma di proprietà di un’azienda e sullo stravolgimento di un precetto costituzionale sul rapporto eletto-elettori con il vincolo di mandato.

I temi internazionali sono tutti giocati a colpi di slogan, Europa/Euro si o no, ma manca una discussione e un giudizio sugli effetti della globalizzazione a livello planetario e sul mutamento degli assetti mondiali a seguito della ricollocazione degli Usa.

Ma l’aspetto più grave mi pare quello sul futuro e sui mutamenti sociali che esso implica. E’ su questo che il silenzio delle élite è assordante, e le poche sortite non fanno che ribadire l’impreparazione e la pochezza della riflessione.

In questi ultimi anni è sempre più evidente che l’uscita dalla crisi, la peggiore dal 1929, sta avvenendo con una ripresa che non riesce a ricostituire l’occupazione degli anni precedenti. E ciò accade non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente. L’intelligenza artificiale, e quella distribuita dell’Internet delle cose, modifica i processi produttivi e l’erogazione di servizi eliminando decine se non centinaia di profili professionali.

Una recente ricerca del World Economic Forum prevede che al 2020 solo 2 Mni di nuovi posti di lavoro sostituiranno i 7,1 Milioni cancellati dalla crisi, e che il 65% dei nuovi entranti nel ciclo formativo oggi di troveranno di fronte a lavori che oggi ancora non esistono.

Al di là delle formule esoteriche, rimane il fatto che lo sviluppo tecnologico mette a dura prova la capacità di adeguamento delle società, e stressa innanzitutto il sistema formativo. Poiché i tempi di riposizionamento si misurano in anni, occorre partire subito, allungare lo sguardo nel futuro e attrezzarsi per mettere in campo soluzioni flessibili.

Serve perciò l’attivazione dell’intero complesso sociale, l’individuazione di traguardi successivi e una governance avveduta.

Tutte caratteristiche che l’attuale élite stenta a dimostrare.

Un esempio per il tutto: Gramellini, opinionista del Corriere, ha commentato nella sua trasmissione su RAI 3 l’appello del presidente della Confindustria di Cuneo alle famiglie, perché prendessero in considerazione per i figli anche la formazione professionale.

Gramellini invece ha letto l’appello come un invito a “stare ognuno al proprio posto”, e far sì che l’università resti monopolio dei ricchi. A supportare la sua lettura ha citato l’inchiesta del suo collega Fubini che ha verificato che a Firenze le famiglie più importanti sono le medesime da secoli. Demagogia e superficialità che non aiutano.

Ora, l’Italia non è certo nota a livello internazionale per il suo ascensore sociale, e la crisi di questi anni lo ha persino peggiorato. Siamo in ritardo sul digitale come Paese, stiamo recuperando qualche posizione con Impresa 4.0 e investendo in formazione su questo tema. La discrasia tra istruzione-formazione nel nostro Paese e nuove tendenze nel mondo del lavoro e della produzione di beni e servizi è un tema strategico, che ha peso e responsabilità notevoli sulla competitività delle nostre imprese e sugli indici rilevanti di disoccupazione giovanile.

Occorre che il tema entri con forza nell’agenda politica, e non solo in campagna elettorale. Su questo l’élite nostrana dovrà giustificare il proprio ruolo.