Startup all’italiana: armiamoci e partite?

Startup all’italiana: armiamoci e partite?

di Antonio Santangelo

Le startup sono fenomeno economico, e mediatico, di tutto rilievo. Prodotto della forte spinta all’innovazione sono una opportunità, soprattutto per i giovani. Ma se il contesto non aiuta rischiano di essere una presa in giro.

E’ stato l’allora ministro Passera, nel 2012, a lanciare una iniziativa organica che favorisse la nascita e la crescita di imprese innovative ad alto valore tecnologico (DL 179/2012, “Decreto Crescita 2.0”).

Nell’ultimo triennio le iniziative di promozione delle startup si sono moltiplicate nel Paese generando effetti positivi e contraddittori.

Il report InfoCamere del luglio 2016 evidenzia alcuni numeri significativi:

  • il fenomeno è in crescita: 5.439 nel 2015, 5.943 nel 2016 (+ 9,27%)
  • è iniziativa “giovane”: il 22,3% (1323) vede la presenza prevalente di giovani (< 35), e si sale al 40% se si considerano quelle con presenza giovanile nella compagine societaria
  • capitale sociale medio pari a circa 55.000 €
  • valore produzione media pari a circa 20.000 € nelle 2.860 startup con bilanci depositati
  • ambito: il 71,3 produce servizi per le imprese; 30% software e consulenza informatica, 14,8% R&S, 8,2% servizi di informazione. Il 18,9% opera nel settore industriale; 3,7% computer, elettronica e ottica, 2,1% apparecchi elettrici.

In Lombardia ospitiamo il maggior numero di startup, 1018, in provincia di Milano sono 680, agevolate dalla presenza di capitali finanziari e da una struttura economica articolata.

Al di là della crescita, permangono però alcuni fattori di debolezza anche qui, che occorre superare per sfruttare al massimo le opportunità.

Il principale è il sottodimensionamento del comparto finanziario dedicato (business angel, venture capital, società finanziarie), non solo dal punto di vista numerico, soprattutto da quello della specializzazione e segmentazione dello stesso. Ciò ha un impatto sul modello di business, rendendo più difficile la comprensione delle potenzialità degli investimenti e si traduce in una minor dimensione della massa finanziaria disponibile.

Anche il valore della produzione media delle nuove imprese testimonia di un settore che deve ancora irrobustirsi, se vuole competere con sistema quali l’inglese, il tedesco o il francese, per restare in Europa.

Una osservazione rapida dei principali casi virtuosi (Usa, Londra, Berlino, ma anche Francia) attribuisce all’ecosistema nel suo complesso (imprese e loro dimensione, sistema della ricerca, finanzia, formazione superiore) ciò che fa la differenza fra i vari territori.

Quanto più l’ecosistema è ricco, coeso e allineato strategicamente, tanto maggiori sono le possibilità di sviluppo. Il tema dell’ecosistema non è nuovo, in Italia ampiamente raccontato e identificato nel sistema dei distretti, tuttavia la nuova imprenditorialità prevede indirizzo e focalizzazione per evitare di restare una iniziativa estemporanea il cui successo è più attribuibile al caso e alle coincidenze fortuite piuttosto che a un processo sistematico di sviluppo di impresa.

Se guardiamo fuori dai nostri confini, emergono indicazioni interessanti: Israele ha avviato una strategia articolata:

Alti livelli di investimenti in R&S, destinando il 4,25% del Pil, davanti alla Corea del Sud (4,23%); la media europea è del 1,95%, negli USA è il 2,79%, in Italia l’1,3%, 1,6% in Lombardia (2014).

Ogni dollaro investito in ricerca ha un impatto 5-10 volte maggiore sull’economia nazionale, secondo l’Autorità per l’Innovazione israeliana. L’Autorità finanzia circa 1400 nuove iniziative all’anno, di queste quasi il 60% (circa 800) non ha buon fine e fallisce. Ma le aziende che chiudono non rappresentano un problema, i loro addetti vanno a lavorare in altre start up, portando l’esperienza acquisita e creando un circolo virtuoso per l’intero Paese. Contrariamente a quanto succede in Occidente, gli israeliani non si preoccupano dell’alta mortalità delle startup.

Grazie a una forte presenza nel campo della ricerca e delle tecnologie avanzate (l’8,5% della popolazione attiva nel settore della ricerca e delle alte tecnologie produce il 50% dell’export), Israele ha attratto oltre 300 multinazionali. Facebook, Amazon, Google, Apple, Huawei sono alcune delle aziende che hanno aperto centri di ricerca in loco; si è così strutturato un forte ecosistema ad alto contenuto tecnologico.

Poiché la R&S è un settore rischioso, l’Autorità l’investe ad ampio raggio in ogni ambito economico, seguendo le tendenze del mercato, riducendo i rischi per tutte le aziende. I fondi del governo vengono recuperati se l’investimento ha successo, altrimenti sono considerati a fondo perduto.

Oggi nel Paese ci sono circa 5.000 startup operative, che associano a obiettivi di innovazione anche quelli di inclusione sociale, rivolti sia alla componente femminile che straniera.

La Lombardia ha le carte in regola per competere a questi livelli, ma occorre rafforzare la coesione dell’ecosistema, in passato più portato a frammentarsi che a individuare impegni comuni.
Ai giovani si può dare come obiettivo l’autoimprenditorialità, a patto che si inneschi il meccanismo virtuoso dell’open innovation; questo funziona, come spesso ricorda Alfonso Fuggetta Ad del Cefriel, se le medie e grandi imprese si rendono disponibili ad acquisire, o far entrare nella loro galassia, le imprese o le persone più promettenti. Quindi se il tessuto economico sul territorio “assorbe e integra” queste esperienze ed è in grado di valorizzarle si può parlare di ecosistema, e al Pubblico sta la responsabilità di definire policy che accompagnino questi processi.

Altrimenti le numerose iniziative, pitch e premi vari, cui assistiamo rischiano di ridursi a una pacca sulla spalla ai giovani, con la prospettiva per la maggioranza di vivacchiare in un mercato che non è in grado di cogliere il loro valore.