La corsa ad ostacoli dell’altra metà del cielo. Capaci, collaborative, ma ignorate

La corsa ad ostacoli dell’altra metà del cielo. Capaci, collaborative, ma ignorate

di Antonio Santangelo

Martedì 21 mi capitano sotto gli occhi due notizie: Gian Antonio Stella sul Corriere racconta dell’aborto selettivo praticato anche in Europa, l’OCDE rilascia i risultati di uno studio comparativo sul lavoro collaborativo. In entrambi gli articoli si parla del femminile, feti o ragazzine.

Mentre anche nei Balcani si pratica l’aborto selettivo, spinto da arretratezza culturale o da motivazioni economiche (India), da molte fonti giungono dati che segnalano come la popolazione femminile occupi posizioni sempre più interessanti nell’education e nella società, cui non corrisponde un uguale peso nelle posizioni di potere.

Nell’articolo di Stella un dato angosciante: cinque anni fa una ricerca Onu valutava per l’Asia in 117 milioni le fanciulle “mancanti”. Si sapeva della politica del figlio unico in Cina, ora emendata, e si sa del peso che la dote femminile per i matrimoni indiani ha sulle scelte nel Paese del Mahatma Gandhi. Ora però si scopre che lo scarto delle bambine si diffonde nei Balcani, in Montenegro, Bosnia, Kosovo, Macedonia; l’ecografia diventa una pratica “abilitante”, in Paesi sulla soglia dell’Unione Europea.

Eppure, in tutto l’Occidente nella formazione superiore e universitaria le studentesse raggiungono risultati mediamente più elevati dei colleghi maschi. La ricerca OCDE aggiunge dati a questa differenza. Una lettura dell’ultimo rapporto PISA, condotto nel 2015 su 125.000 quindicenni in 52 Paesi, ha approfondito l’indagine, verificando l’attitudine al lavoro collaborativo. Aspetto, questo, particolarmente importante nell’era delle reti, della condivisione della conoscenza e della partecipazione alle decisioni in tutti gli ambiti.

Bene, la ricerca dimostra che le ragazze fanno meglio dei maschi in tutti i Paesi e in tutte le economie, superando i colleghi di 29 punti, equivalenti a 6 mesi di istruzione. In media le ragazze hanno una probabilità 1,6 volte maggiore di essere superiori ai maschi nella soluzione di problemi in cui serve collaborazione. Nel PISA del 2012 i ragazzi se la cavavano meglio delle ragazze nel problem solving, però individualmente.

Nonostante questi risultati, la popolazione femminile fa più fatica ad affermarsi nel mondo del lavoro, e in Italia è sottodimensionata rispetto alla media europea, siamo al 48,2% a fronte del 61,6% della media europea. La Lombardia fa un po’ meglio, ma è al di sotto degli standard europei. L’occupazione è tornata ai livelli del 2008, quella femminile si aggira attorno al 57,2, ben lontana dagli obiettivi del Europa 2020, anche se da un paio d’anni cresce a tassi superiori a quella dei maschi.
Anche sul piano dell’istruzione i dati al femminile sono migliori. Negli atenei lombardi, e funziona così anche a livello nazionale, c’è una prevalenza femminile nella frequenza (54,3%), con asimmetrie diverse a seconda delle facoltà: la libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) vanta il 70% di studentesse, al Politecnico prevale invece la componente maschile (66,7%), come anche l’Università “Carlo Cattaneo” di Castellanza (62,8%). Peraltro, si sta riducendo il divario nelle aree tecniche e scientifiche (facoltà STEAM), a Milano e Pavia il 48,1% sono ragazze. Le laureate superano i colleghi di più incollature (57,1%).

I dati ci comunicano che, al di là dei miglioramenti, stiamo sprecando energie preziose; l’aumento del contributo femminile al PIL è fondamentale, ma questo passa attraverso riforme dei servizi sociali e di iniziative di conciliazione. Le lavoratrici potenziali sono circa 4 milioni a livello nazionale, se 100.000 entrassero nel mercato del lavoro, secondo una ricerca della Bocconi, il PIL aumenterebbe dello 0,28%. Un buon tema da inserire nell’agenda lombarda.