Gestione cronicità, le Regioni del Nordovest sperimentano infermiere di famiglia. Manca una linea guida nazionale – MuMe
Gestione cronicità, le Regioni del Nordovest sperimentano infermiere di famiglia. Manca una linea guida nazionale

Gestione cronicità, le Regioni del Nordovest sperimentano infermiere di famiglia. Manca una linea guida nazionale

di Mauro Miserendino (tratto da Doctor33)

Di famiglia o di comunità? Due figure di infermiere sembrano imporsi nelle sperimentazioni territoriali delle Regioni; il primo, definito Oltremanica “generalist nurse”, è oggetto di una proposta di legge arenata in Parlamento nel 2014, lavorerebbe a stretto contatto con il medico di famiglia, supporterebbe la prevenzione ma anche l’anziano cronico, recandosi all’occorrenza a domicilio dotato di siringhe, flebo, cateteri, guanti. L’infermiere di comunità – il “public health nurse” anglosassone o il “community nurse” elaborato dall’Oms nel 2000 -nelle scuole, nelle carceri, nelle residenze protette e negli ospizi è invece una figura in apparenza più “strutturata”.

Nessuno dei due può fare diagnosi o terapie, ma su entrambi, visto lo stallo delle proposte di legge statali, puntano le Regioni. In particolare il Nordovest: Piemonte (e val d’Aosta), Liguria, Toscana e Lombardia. In Liguria da inizio anno in Alta Val Trebbia in otto comuni è stata avviata da Alisa, l’azienda regionale sanitaria, la sperimentazione triennale del progetto europeo Co.N.S.E.N.So.- COmmunity Nurse Supporting Elderly iN a changing Society: un finanziamento di 273mila euro per un modello che consenta agli anziani di vivere a casa il più a lungo possibile, grazie a interventi domiciliari centrati sulla figura dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC).

Gli esiti sono incoraggianti e la Regione intende allargare l’IFeC ai distretti Antola-Tigullio, Beigua, Alta Valle Arroscia e val di Vara, nell’ambito del progetto Enhance – “European Curriculum For Family and Community Nurse” che prevede un programma di formazione in collaborazione tra Università di Genova (Dissal), di Tessaglia (Grecia) e Finlandia Orientale. Unico neo, «almeno finora in un programma che ci interessa da vicino in quanto gestori delle cronicità come medici di famiglia non abbiamo riscontrato alcun coinvolgimento né convocazione, a differenza di quanto mi risulta sia avvenuto in Piemonte o in Val d’Aosta», puntualizza Angelo Canepa segretario Fimmg Genova.

Peraltro, in Piemonte il progetto di gestione delle cronicità della Regione nel cui ambito si innesta la ben più rodata sperimentazione dell’infermiere di famiglia, muove solo ora i primi passi. L’infermiere di famiglia è stato testato nelle Asl di Asti, Novara, Vercelli e nel Verbano, dove sono stati sviluppati modelli d’assistenza materno-infantile, educazione terapeutica ai malati cronici (in particolare affetti da Bpco).

A Torino e Cuneo le Asl invece si “testa” l’infermiere di comunità nell’ambito di CoNSENSo per l’assistenza a domicilio agli anziani over 65 fragili e non. Una sperimentazione analoga dovrebbe partire a breve in Toscana con le aggregazioni funzionali territoriali, con alcune Asl che più di altre puntano sull’infermiere di famiglia e su protocolli di presa in carico costruiti insieme dalle due categorie.

In Piemonte da tempo si parla di infermiere di “famiglia e comunità-IFeC” con competenze precise: intercettare gli stati di fragilità prima che si trasformino in disabilità; gestire in modo integrato le cronicità con i medici, anche specialisti; insegnare ad autogestire la malattia; persino la teleassistenza. «Fin qui non siamo stati coinvolti – ammette Roberto Venesia segretario Fimmg Piemonte – ma la contrattazione integrativa per la nuova convenzione è partita solo il 29 marzo e ci chiede propositività e integrazione con altri professionisti sui quattro temi fissati dall’accordo nazionale – cronicità, governo delle liste d’attesa, vaccinazioni e razionalizzazione accessi nei Pronto soccorso -nel quadro di una scelta della Regione che vede i Mmg protagonisti.

È a mio avviso indispensabile che per realizzare la medicina d’iniziativa una professione come la nostra, che risponde in prima battuta alle esigenze del cittadino nel 97% dei casi (per il restante 3% c’è il Ps), consideri ipotesi di “presa in carico strutturale” e di risposta organizzata. Riordinare i criteri di gestione dei contatti con i pazienti cronici può sopperire fino a un certo punto all’ulteriore carico di lavoro, poi per i compiti di medicina di iniziativa, in particolare per i pazienti poli-patologici, per i fragili, per chi ha bisogno di una rete socio-sanitaria occorre appoggiarsi su figure professionali determinate e addestrate. E occorrerà spostare qualche risorsa dall’ospedale al territorio».

Di infermiere di famiglia si parla infine apertamente in Lombardia dove il primo ambulatorio lombardo di infermieri di famiglia sul modello dei generalist nurse inglesi è stato aperto nel Varesotto quattro anni fa e ora è parte di una rete in progressiva integrazione con la medicina del territorio.