Milano non ha mai amato la Regione. Se ne innamori ora

Milano non ha mai amato la Regione. Se ne innamori ora

di Stefano Golfari
Giornalista

Modello milano (3) 

La Regione Lombardia non arriva a Milano, non passa i confini della città. Ed è  la città che non la fa passare: convinta – da sempre – di avere una funzione, una cultura, una nobile natura che eccelle in sé e per sé, senza pari. Milano rimpiange un poco la Provincia, compagna di antiche battaglie… non sa che farsene (come tutti) della Città metropolitana, ma la Regione, che arrivò con le valige di cartone nel 1970 e poi osò scipparle il Pirellone, ancora le sembra una parvenue senza titoli all’altezza di una signora Capitale, imperiale, morale, economica e di style.

Da quando poi il Governatore, snobbando il Giò Ponti, risiede in quel tozzo maniero con giga-poster appeso ai vetri… una partnership è impensabile: Milano non la vuole! Ovviamente stiamo giocando con le parole, tralasciando di tutto e di più. Ma seguite il filo: Milano, in fondo, ha ragione.

La Regione è un soggetto istituzionale cresciuto in modo confuso, grosso ma fragile, con ottanta consiglieri, un mezzo esercito fra assessori e funzionari e dieci milioni di cittadini che vivono in luoghi diversissimi fra loro (un valtellinese e un mantovano, un bresciano e un lomellino non si capiscono se parlano in dialetto) e tutti diversi da Milano, che è un mondo a parte. Fatta salva la questione Autonomia – di cui ho detto settimana scorsa – Regione Lombardia è uscita dagli anni della grandeur formigoniana (e berlusconiana e bossiana) pompata dalla propaganda politica ma magra di idee, di visioni, di piani regionali di sviluppo in grado di interessare davvero – per amore o per forza – quella punta di lancia che è Milano.

In termini operativi fatti importanti certo ci sono, e ci sono stati: sulla Sanità innanzitutto, ma anche sulla Viabilità e sui Trasporti, sull’Urbanistica e sulle Case popolari – ad esempio – la Regione quando si muove si sente, eccome, anche a Milano. Ma si è mossa? E come? Difficile vedere un disegno complessivo nel quale Milano possa incoronarsi del ruolo-guida o in modo più attuale – e meno napoleonico – essere crocevia, nodo di rete, terra di mezzo, medium, Mediolanum. Ma il disegno complessivo non c’è e, dunque, di fronte alle mancanze regionali (che non sono tutte colpe, sono anche difficoltà subite) Milano ha naturalmente sviluppato la propria tendenza all’autosufficienza, fino all’apoteosi internazionale dell’EXPO’ che ha rilanciato la città e tralasciato la Regione. The city of Milan è diventata metropoli globale mentre intanto il made in Lombardy mandava in giro il Davide Van de Sfròs a narrare il taleggio ai valsassinesi e l’Amaretto ai saronnesi, per timor che l’andazzo international potesse scombinare i bravi elettori padani. E montani.

Sì, anche questo Nordismo nano ha pesato in un rapporto con la “Lombardia leghista” che Milano culturalmente non ha cercato, non ha voluto. Ora, però, basta. Adesso, dopo la martellante sconfitta di Giorgio Gori (assai sponsorizzato da Sala) Milano è arroccata in un assedio che deve rompere anche e soprattutto muovendosi lei verso la Regione. Lì, al grattacielo Pirelli e a Palazzo Lombardia, vanno portati e spesi i talenti che Milano ha in potenza e in atto sui terreni dell’innovazione, del progresso sostenibile e del buon governo. Faccio un esempio sintomatico: la questione ambientale derivante dall’inquinamento da motori diesel. Recentemente il Comune di Milano ha scelto di anticipare di un anno i divieti di circolazione per le auto inquinanti, con una stretta particolarmente severa al diesel (riconosciuto responsabile o co-responsabile in Italia di circa 17.000 morti l’anno). Protagonista ne è stata la capogruppo della lista Sala, Elisabetta Strada, ora eletta in Regione a rappresentare la Lista civica che corse per Gori. Benissimo, Elisabetta Strada è la persona giusta: si chieda alla Regione, al suo assessorato all’Ambiente, un confronto sulla decisione milanese. Milano ha il diritto e il dovere di farlo, perché nessuna città inquinata è un’isola… tanto meno nella trafficatissima Padania. Ma – questo è il punto – Milano  deve aver voglia di: di giocare la partita che vince in casa anche fuori-casa, di fare della sua contemporaneità una bandiera politica per tutti.

Regione Lombardia si è comportata molto male sul tema smog negli anni scorsi: ha rimandato di anno in anno le decisioni impopolari (il divieto ai diesel Euro 3 e Euro 4, in particolare), ha sempre supportato i Comuni comodamente menefreghisti (quelli anti-divieti) e infine ha infrattato nella presa di coscienza collegiale insieme a Emilia, Veneto e Piemonte delle direttive tardive, che non pubblicizza affatto e che l’Europa ha già giudicato come insufficienti.

E’ stato questo (la nostra salute!) un argomento di infuocata battaglia fra maggioranza e minoranza in Consiglio regionale? No. Ebbene, lo diventi nel futuro prossimo imbracciando la Milano no-smog come un’arma di progresso. Senza paura di essere “impopolari”, primo perché la guerra contro il populismo è inevitabile per chi non vuole cedergli, secondo perché non ci può essere una politica ambientale per Milano e una politica ambientale per fuori-Milano. Eh no! L’aria (politica!) che Milano respira è l’aria di tutti e per tutti: troppo comodo fare il laboratorio avanzato entro la cerchia dei bastioni. Naturale che ci siano parametri e specifiche differenti, ma: se Milano è una bandiera è tempo che sventoli in campo aperto. E’ più difficile, ma farà bene sia alla Regione che al Comune. Palazzo Marino superi le antiche ritrosie, cerchi il confronto cortese con Regione Lombardia e se non funziona passi all’attacco. Ma Milano non faccia la snob perché davvero non è più il tempo.

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