Il Partito del Nord è scomparso? – MuMe
Il Partito del Nord è scomparso?

Il Partito del Nord è scomparso?

di Giovanni Cominelli

E’ arcinoto che il Nord dell’Italia è la locomotiva dello sviluppo dell’intero Paese. Il 2017 si è concluso con un export record 417,27 miliardi di euro in 12 mesi. Siamo preceduti dalla Germania con 1.181,4 miliardi di euro di export e la Francia, più da vicino, con 432,8 miliardi. Secondo i dati Istat, il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno (19,4%) è tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10%). Il divario occupazionale tra Nord e Sud è di oltre 20 punti, come quello che esiste tra Grecia e Germania.

Se questo è il quadro economico-sociale, che ne è del partito del Nord? E’ scomparso? Non credo che si tratti di un abbandono del Nord, in vista di una nazionalizzazione della Lega. Al contrario, è un ambizioso salto di qualità: il tentativo di “redimere” il Sud, trainandolo con la locomotiva del Nord, dove la Lega ha ottenuto percentuali da primo partito, lasciando a piedi Forza Italia e il PD. Si tratta di un’impostazione diversa e politicamente più avanzata rispetto a quella della Lega-sindacato politico del Nord. E’ una maturazione della cultura politica della Lega verso un punto di vista unitario e nazionale. Detto in altre parole, Salvini si candida a risolvere nientemeno che la storica questione meridionale, nata prima dell’Unità d’Italia, ma certamente aggravatasi dopo e tuttora irrisolta, come si vede dalle cifre sopra citate.

Se esistano le condizioni politiche e istituzionali necessarie per realizzare questo obbiettivo, è tutto da vedere. Intanto,  la prima domanda cui la sinistra deve dare risposta è la seguente: perché il Nord dei ceti produttivi, delle imprese artigiane e delle PMI si è orientato verso la Lega, nonostante il buon governo del PD?

Il fatto è che l’impresa produttiva sopporta da tempo due tipi di pressione, ormai fattasi insopportabile: quella della burocrazia e quella delle tasse, che hanno raggiunto il livello del 60%, senza che i corrispettivi servizi all’impresa siano all’altezza. Tra questi servizi, decisivo dovrebbe essere quello dell’Università e dei Centri di ricerca tecnologica, così come l’accompagnamento in sede di Commissione europea nella lotta per il riconoscimento dei brevetti e la fissazione degli standard tecnici, terreno sul quale le grandi imprese tedesche la fanno da padrone, fortemente appoggiate dall’euro-burocrazia. Ma i voti non sono arrivati solo dai datori di lavoro, ma anche e molti sono arrivati a Salvini dai lavoratori di queste imprese.

Nonostante la diffusa mitologia della lotta di classe, i lavoratori delle piccole imprese condividono fino in fondo il destino del “padrone” e viceversa. Anche se non si dà una forma di Mit-bestimmung formalizzata, di fatto essa funziona quanto più è basso il numero dei dipendenti. I quali chiedono, come i loro datori di lavoro, accompagnamento e protezione contro i capricci spietati del mercato globalizzato. Checché ne pensi la politically correctness della sinistra, quella dei diritti civili e del cosmopolitismo, la domanda di appartenenza, di legami, di comunità di lavoro e di paese è naturale e resta intensa.

Qui al Nord l’immigrazione non è principalmente vissuta come concorrenza sul mercato del lavoro, perché l’occupazione è alta e l’integrazione degli immigrati legali riesce più facilmente. Ciò che turba gli abitanti di un paese o di una piccola città è il fenomeno dei clandestini e l’alterazione che ne viene al paesaggio sociale e culturale. L’elettore mediamente informato sa bene che la promessa di mandare a casa i 600 mila clandestini è irrealizzabile, ma si trova più in sintonia con chi propone degli obbiettivi, sia pure difficilmente realizzabili, piuttosto che con chi non se li propone proprio o lo fa troppo timidamente.

Riuscirà Salvini a fare egemonia al Sud, dove il M5S è diventato il partito ufficiale del Sud; dove il 40% dei dipendenti pubblici – dati Ipsos – certamente non minacciati dalla globalizzazione e dall’immigrazione, ha votato i pentastellati? Pare difficile! Qui tornerebbe buono il federalismo, fondato sulla responsabilità locale della spesa pubblica e della tassazione e sul commissariamento governativo centrale di Regioni-canaglia, oggi governate dall’assistenzialismo, dal clientelismo e infiltrate dalle mafie.

Era il progetto di modifica del Titolo V, respinto il 4 dicembre 2016. E tornerebbe altrettanto buono il rafforzamento dell’istituzione-governo, l’unica ormai in grado di spezzare gli intrecci sociali corporativi e criminogeni che si nascondono dietro l’autonomia e lo Statuto speciale siciliano. Su questo terreno dovrà tornare a misurarsi una sinistra di governo, sempre che ci sia ancora tempo.