Il modello Milano. O si fa sistema o non esiste

Il modello Milano. O si fa sistema o non esiste

di Pierfrancesco Majorino
Assessore al Welfare del Comune di Milano

Modello Milano? (1)

E’ strano discutere di Modello Milano nell’Italia che sembra sprofondare.

Ma forse è proprio questo il punto.

Milano ha costruito un bel modo di “essere” e questo è avvenuto grazie alla società e pure alla politica (e qui: ad una certa parte della politica, non certo a quella che cedeva alle sirene dell’affarismo e della chiusura medioevale).

E però esso non ha saputo in alcun modo, sin qui, contaminare il Paese.

Anzi, a ben vedere, oggi il rischio che si corre è quello che il Paese riafferri il vivo.

E lo trascini in una spirale assolutamente negativa.

Il centrosinistra che ha governato dal 2011 ad oggi la città – e lo ha fatto in sostanziale continuità, in questi anni – deve quindi porsi queste due domande, in parte intrecciate.

1) Come fare a proseguire sulla strada positiva delle cose fatte senza rimuovere gli enormi segnali d’allarme che si hanno di fronte

2) Come contare di più, là, laggiù: a Roma.

E forse in realtà questi interrogativi dovrebbe proprio porseli la società milanese, ammesso che ci sia ancora, in questo tempo così tanto inquieto e “liquido”, un fare società capace di aggregare stabilmente interessi e bisogni affinché essi, poi, sappiano contare e divenire nelle forme più diverse, “rappresentanza”.

Ma torniamo al centrosinistra nella sua dimensione politica.

Il laboratorio del 2011 (e dovremmo per la verità dire del 2010-2011, perché le primarie leali e contendibili di allora furono un passaggio fondamentale, come avvenne cinque anni dopo) è stato capace di tracciare un bel solco.

Dividendo la buona politica da quella cattiva.

Su questo noto spesso una strana timidezza dalle nostre parti.

E invece io voglio ridirlo, oggi come allora: la destra meneghina era davvero terribile.

Non bastava qualche buona intenzione del “primo Albertini”.

C’era una connivenza con la cultura dello sviluppo clientelare e del pre-populismo del rancore nella gestione del potere assai pronunciata.

Pisapia (e chi ha governato con lui, o ha in qualche modo partecipato a quella scommessa politica) ha proprio avuto il merito di porsi al di là.

Praticando un’alterità di cui, nel tempo della critica alla “casta”e dei gigli più o meno magici, si è sentita davvero la mancanza dalle parti di “Roma”.

Ecco: questa alterità è un tesoro prezioso. Guai a smarrirla o a dare l’impressione di sottovalutarne l’importanza.

Ma poi il laboratorio politico del 2011 è stato tale perché da allora – ad oggi – il centrosinistra è stato ampio e unito.

Affamato di relazione con la società e piuttosto attento a non farsi incastrare dalle dinamiche delle “correnti interne”.

Il Sindaco Sala (e chi governa con lui) di cui va riconosciuta e sottolineata l’originale indipendenza, credo che sia una risorsa vera anche per questo: è un garante di un patto che in fondo ha trovato.

Non ha lavorato per smontarlo e ha messo a disposizione della “squadra” le sue particolarità, le sue caratteristiche, i suoi punti di forza.

E’ ovvio  che ora serva un salto di qualità ulteriore.

Ci sono partite – le cosiddette “periferie”, la rivoluzione ambientale, l’inclusione sociale, l’internazionalizzazione come capacità permanente di frequentare la dimensione globale nell’Europa in crisi – che non possono essere affrontate solo attraverso la buona politica fatta sul territorio.

Su questo terreno ci sono stati dei passi avanti interni alla “macchina” – grazie proprio peraltro alla cocciuta pervicacia del Sindaco – ma è evidente che serva ancora di più. Forse, innanzitutto, proprio quella capacità di ragionare come un “sistema” che nella politica trova uno stimolo e una sponda ma che da essa (se essa “esagera” nella sua autoreferenzialità) sa pure prescindere.

O meglio ancora un “arcipelago” che ha bisogno di una guida dolce.

E che può porsi, per l’appunto, il duplice obiettivo: essere ancora più efficace per lo sviluppo sostenibile e di qualità della metropoli e contare di più a  “Roma”.

In questo quadro vanno per me collocati tutti gli sforzi possibili.

Se ad esempio, si ha davanti, come presto accadrà, una nuova grande partita riguardante lo sviluppo urbano e il governo del territorio, si dovrà sapere che essa non riguarderà una dimensione piccina e tecnica – di aggiustamento delle regole, per far  costruire un metro di palazzo in più o in meno – ma dovrà essere messa al centro di un ampio sistema (per l’appunto) di relazioni e interessi che dovranno confrontarsi sul terreno della “visione”. Sul terreno di quale Milano sarà nei prossimi decenni.

Ci sono, giusto per farla breve, partite come quelle della riqualificazione, del recupero, della rigenerazione di interi quartieri che non si vincono con qualche aggiustamento ma muovendo enormi quantità di risorse per orientare la crescita futura.

E questo ragionamento potrebbe riguardare pure le politiche relative ai servizi alla persona.

Insomma: il Modello Milano non esiste se non si rafforza. Se non alimenta ulteriori “alleanze”. Se non genera altre sinergie.

E qui, poi, vi è la partita da giocare a Roma. Chiedere gentilmente, si è ormai capito, serve veramente a poco.

“Battere i pugni” non significa niente, se ciò non è la mobilitazione di un pezzo di società intera.

Il populismo del rancore, oggi così visibile e capace di farsi progetto politico, al Nord e pure da noi grazie innanzitutto alla Lega, non lo si sfida con la ragionevolezza dei buoni.

Lo si sfida rilanciando sul terreno dell’autonomia della metropoli, su quello della gestione della fiscalità, su quello della costruzione di relazioni tra metropoli nel mondo, su quello della capacità di rafforzare ulteriormente le politiche sociali come su quello di innovare la Pubblica Amministrazione.

Bisogna tirare un po’ di più la corda nel rapporto con il sistema nazionale.

E questo lo si può e si deve fare pure a livello politico, rispetto cioè a come i soggetti politici nazionali di centrosinistra, a cominciare dall’unico rimasto in termini organizzati, cioè il PD, sanno – o sapranno – reinventarsi.

Essere affamati di alleanze nella società, combattere grandi battaglie simboliche sul piano della relazione col governo e delle vicende nazionali, stare uniti sul terreno politico milanese: io partirei da queste parole.

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