Cause ed effetti della diseguaglianza: quali nuove politiche? (2)

Cause ed effetti della diseguaglianza: quali nuove politiche? (2)

di Luciano Pilotti 

L’effetto più evidente dei  processi di diseguaglianza asimmetrica e globali che si innescano a partire dalle crisi petrolifere degli anni ’70 e vengono accelerati dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 è stata la frattura tra aumento della produttività e avanzamento delle remunerazioni del lavoro, riducendo dunque la quota dei redditi da lavoro a favore dei redditi da capitale. Che ha avuto come primo effetto strutturale la contrazione drastica della domanda (di consumi prima e seguita poi da quella di investimento) nei paesi di vecchia industrializzazione , compensata in parte dagli ex-paesi in via di sviluppo ( Cina, India, Brasile, Russia) , cioè i cosiddetti BRICS, sul lato degli investimenti ma non anche dal lato della loro domanda interna di consumo. È’ ragionevole pensare che ciò non sia tanto avvenuto per motivi tecnologici o di qualità’ del capitale umano ma di repentini cambiamenti delle “regole del gioco” che hanno portato l’1% più’ ricco della popolazione ad accrescere la propria quota di ricchezza dal 30 al 40% sostenendo le linee di un neo-liberismo selvaggio che non ha compreso  – con gran parte della politica e delle e lite mondiali  – le interdipendenze emergenti, il ruolo dell’ambiente  e del clima,  l’importanza di regole condivise  ( civili e di Governance) per suddividere equamente vantaggi e svantaggi per ” guidare” verso una globalizzazione temperata. Individualismi ed egoismi con appetiti immorali hanno spinto quei processi in direzione contraria all’equità lungo l’idea sbagliata che “con ricchi sempre più ricchi anche i poveri ne beneficeranno” per sgocciolamento o per compassione. Non è andata così, non sta andando così.

Quindi necessitiamo di nuove strade per contrastare la traiettoria intrapresa provando a cambiare le regole del gioco. In primo luogo, a partire dal ricambio delle classi dirigenti ( politiche, economiche, intellettuali). Inoltre al rafforzamento delle authority antitrust per contenere i poteri monopolistici. In terzo luogo, disincentivando la trasmissione intergenerazionale del capitale umano e finanziario liberando risorse a favore dell’istruzione pubblica e di massa, tassando maggiormente le eredità , stressando la progressivita’ delle imposte sul reddito. In quarto luogo incentivando la diffusione di un capitalismo partecipato, anche con azionariato diffuso dei lavoratori, compensando potere e rischio nei processi decisionali

Ma anche lavorando in quinto luogo su una dimensione più endogena con un welfare aziendale di territorio che accresca la produttività e contemporaneamente i redditi da lavoro verso un maggiore benessere che sia capace di motivare e coinvolgere i lavoratori e le risorse umane perche’ offrano il massimo della loro creatività condivisa. Quindi un welfare di prossimita’ capace di nuove alleanze strutturali tra remunerazioni del capitale e del lavoro, anche perché la competizione innovativa o si fa cooperando o non si fa. Quindi agendo su modelli di impresa più orizzontali, organizzazioni aperte e  de-gerarchizzate per ridurre i costi del controllo, dell’informazione e di accesso alla conoscenza, promuovendo organizzazioni per progetto, per obiettivo e auto-organizzazione entro logiche  e culture d’impresa orientate al networking, personali, di grouping e di comunità.