La rappresentanza politica? Conoscere, motivare, decidere e renderne conto

La rappresentanza politica? Conoscere, motivare, decidere e renderne conto

di Francesco Bizzotto

In tutti i campi prevalgono opinioni descrittive che non espongono e non danno risposte. L’obiettivo? Catturare attenzioni, non scontentare, stare davanti, in pole. È cultura del comando, con varie sfumature. Prendo a esempio alcuni calibri da 90 della comunicazione politica. Il sociologo Giuseppe De Rita, creatore del Censis e di suggestive immagini del Paese, alla Tintoretto: ha fotografato il diffuso rancore verso i mediocri influenti. L’ultimo suo scatto (Corriere, 30 gennaio) ci mostra “cittadini vagotonici”, indifferenti, egoisti e incapaci a vivere in comunità. Ci vorrebbe “qualche vena nuova di obiettivi, sentiti come comuni”.

Il politologo Paolo Franchi (Corriere, 1° febbraio) gli risponde che non basta descrivere gli stati d’animo. Serve una Politica che stia due passi avanti e abbia “una narrazione di sé (…) e una visione del presente e del futuro”; che sappia “volare alto”. Ma, i partiti sono ridotti a “casse di risonanza per il loro segretario”. Conclude auspicando che l’antico “tirare a campare” prevalga “sul rancore, che è sempre una gran brutta bestia.”

Invece il sondaggista Ilvo Diamanti (rapporto Demos per Repubblica) rileva una marcata sfiducia negli eletti e nel sistema di rappresentanza, e insieme un impegno a cambiare le cose, con un 40% ottimista, contro il 16% pessimista. Ricorda che “la partecipazione genera fiducia”, e cita Umberto Galimberti che ha parlato di “nichilismo attivo” dei giovani.

Disincanto, ricerca e disponibilità, dunque.

Dove metter mano e come? Vedo la Politica al centro (proporre visioni e orientare il Paese e le Istituzioni), e i partiti, che ne sono lo strumento democratico di base, devono ripensare il loro assetto, con riferimento alla Costituzione (regole di trasparenza e decisione) e alla organizzazione. E questo non è un aspetto secondario. Visto il tramonto (che merita rispetto) delle grandi immaginazioni e narrazioni del futuro – ideologie, costruzioni di élite –, perde senso il tono autosufficiente della Politica, che infatti ha prodotto l’attesa dell’uomo forte da parte di due cittadini su tre.

Va ridefinita come rete che parte dai rappresentanti e non finisce lì. Gli eletti (come? con Primarie?) devono rapportarsi agli elettori in modi non occasionali ma strutturati e vincolanti: in orizzontale, sul territorio, e in verticale, nel confronto con i competenti che sanno delle cose e delle compatibilità. Le competenze sono un grande patrimonio di equilibrio. Per far perdere peso a linguaggi e pratiche politichesi e populiste (confusi luoghi comuni e pericolose semplificazioni), può servire prevedere e organizzare, nei partiti o al loro fianco, un dialogo di merito (contenuti) e di interessi. Poi, chi deve decide. E motiva, rende conto. È un rischio – alimentare lobby trasparenti di progetto – con sbocchi gestiti dalla dialettica democratica (di cui sono parte i giornalisti e opinionisti).

Il Lavoro, a esempio. Qui il merito delle cose e i diretti interessati sono stati tagliati fuori da rappresentanti e competenti intermedi (le Associazioni delle parti e i giuslavoristi). Con la Politica e i partiti ad arrancare confusi e spesso strumentali. E il Jobs act? Ha fatto due cose e se n’è vista solo una: ha dilatato la possibilità teorica dell’impresa di licenziare (il nuovo clima ha ridotto il contenzioso) e quella del lavoratore di essere accompagnato a trovare e cambiare lavoro, con l’Agenzia nazionale per le Politiche attive e poi con la riforma delle Camere di commercio che impegna le imprese a contribuirvi. Ora, le Camere di commercio stanno mettendo in evidenza le professionalità che servono alle imprese. Ma le Politiche attive (di competenza regionale) non si vedono. E, pur pressati dall’Europa, non se ne parla.

Dal nichilismo attivo dei giovani e dal rancore dei molti si esce con cose serie. È disincanto sveglio, aggressivo e disponibile che ora si astiene. Il peggio può ancora venire.