Città Metropolitana: 332 milioni di euro in cassa che non si possono spendere

Città Metropolitana: 332 milioni di euro in cassa che non si possono spendere

di Franco D’Alfonso
Candidato al Collegio uninominale Milano 2 per il Senato

L’esperienza di diciotto mesi in Città Metropolitana di Milano è stata faticosa, difficile e purtroppo poco produttiva. Ho portato in approvazione ben due bilanci, a detta di tutti  una “mission impossible” conclusa pur con un inevitabile ritardo, ho trovato buone competenze, collaborazione e voglia di lavorare nella struttura interna per così dire “dimenticata” dalla riforma che puntava all’eliminazione delle ex Province, grande armonia e sintonia con il colleghi consiglieri delegati e con il Sindaco Sala sulla partita, un grande spirito di collaborazione in tutte le opposizioni, da Forza Italia alla Lega ai M5 Stelle, tutti impegnati e solidali senza alcuna indulgenza alla propaganda di corto respiro che pure sembra essere la cifra dei partiti in questa campagna elettorale. Posso serenamente affermare che raramente nel panorama politico italiano si realizza una tale convergenza di opportunità positive per il lavoro di un amministratore pubblico.

Quello che non prevedevo, o meglio non prevedevo fosse così rigido e compatto, era il muro di indifferenza e vera e propria volontà di distruzione di una esperienza formalmente nuova ma zavorrata da vincoli passati e presenti della vecchia Provincia mai morta, muro alzato dalla politica centralista romana, dalle vecchie burocrazie di Stato che non hanno mai avuto tanto potere dagli anni del centrismo del dopoguerra e, soprattutto, dalle nuove burocrazie  della Regione Lombardia, il cui ruolo nello smembramento e nel vero e proprio sabotaggio della nuova istituzione Metropolitana non sarà mai abbastanza sottolineato.

Ho più volte denunciato anche su queste pagine danni e paradossi di una politica centralista e romanocentrica che ha accomunato tutti i governi a partire dal Berlusconi-Tremonti di inizio millennio, dalla centralizzazione della Tesoreria all’azzeramento delle risorse autonome, tutti elementi che mi facevano dire che senza un intervento di “riforma” sostanziale l’esperienza sarebbe morta senza lasciare traccia positiva di sé. Nulla di tutto questo è avvenuto e quindi la decisione di lasciare era doverosa.

Accettare la candidatura al Senato però mi permette di assumere un impegno con i tanti che hanno creduto e credono nella necessità di una istituzione di governo di una realtà che esiste a prescindere dalla volontà di quattro burocrati e politici con visione limitata all’ “hic et nunc” elettorale , quello di denunciare ed avviare fin dal primo giorno in Parlamento almeno i paradossi giuridici che impediscono alla Città Metropolitana di esistere.

Pretenderò subito un “ukaze” di qualcuno che impedisca ad un provveditore ai Beni Culturali di bloccare la cessione del Palazzo della Prefettura di Milano alla società del Demanio Pubblico – e quindi al Tesoro – perché il suddetto ha scovato un articolo di una legge sulle privatizzazioni  per dichiarare che l’edificio storico non è alienabile. Sostenendo la balzana idea che il passaggio da un ente pubblico ad un altro sia come una cessione a terzi, quella sì giustamente vietata dalla legge. Si sappia che questa causidica impuntatura di un oscuro burocrate che vuole segnalare la propria esistenza ha un effetto immediato sui servizi (non resi) dalla Città Metropolitana, perché i 40 milioni circa di cui potrebbe disporre con la cessione sarebbero  destinati al lavori di manutenzione straordinaria sulle strade a grande scorrimento, fermi da tre anni perché lo Stato ha azzerato i trasferimenti destinati a questo capitolo di bilancio, ma ha lasciato il compito e la responsabilità senza alcun finanziamento, alla Città Metropolitana.

E poi farò qualcosa per togliere ai futuri assessori al Bilancio quel senso di frustrazione derivante dal fatto di avere formalmente 332 milioni di euro in cassa, come li avevo io a Milano, e non poter nemmeno procedere ad avviare alcun appalto o servizio se non in casi eccezionali , per di più soggetti alle valutazioni della Corte dei Conti che, a corrente alternata, considera la riparazione di una caldaia nelle scuole  caso di urgenza o abuso di ufficio da parte di chi ha ordinato l’intervento. Il coacervo di norme, vincoli e regolamenti, niente affatto casuale che viene scaraventato sulle spalle di amministratori e dirigenti locali, aveva ed ha lo scopo di scaricare pressocchè integralmente sugli enti locali il finanziamento delle politiche del Governo ( nell’ultimo triennio oltre 40 miliardi di euro, che sommati ai 45 miliardi di incremento del debito per flessibilità Ue fanno il 97% del costo di tutte le misure ed i bonus di questi anni, dagli 80 euro alla soppressione Imu sulla prima casa per tutti ) senza pagare alcun dazio sulla spesa dei Ministeri, rimasta inalterata.

Con un amministratore ambrosiano in Parlamento non si potrà continuare a farlo in silenzio.

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