Amazon: il bracciale della discordia

Amazon: il bracciale della discordia

di Pietro Ichino (NWSL)

Nessun controllo a distanza; ma è bastato che l’apparecchio fosse in forma di bracciale per scatenare una dura polemica riferita a un problema inesistente

Immaginiamo che la notizia dell’ormai famosissimo apparecchio brevettato da Amazon fosse stata data senza dire che esso vada portato al polso. Per esempio così: “ideato per facilitare il lavoro del magazziniere, rende molto più agevole il reperimento del plico da prelevare dagli scaffali, pur lasciandogli le mani libere, e lo avverte con un segnale sonoro in caso di errore”.

La novità sarebbe stata catalogata tra le infinite diavolerie che il progresso tecnologico offre per aumentare la produttività del lavoro, al tempo stesso riducendone la fatica. Qualcuno si sarebbe spinto a prevedere anche una possibile utilizzazione dell’apparecchio al di fuori degli ambienti di lavoro, di straordinario interesse per le persone non vedenti. Invece il solo fatto che l’apparecchio sia in forma di bracciale, come quello usato per fini di polizia giudiziaria, è bastato perché la reazione quasi unanime sia stata un rifiuto inappellabile dell’introduzione di questo strumento nei luoghi di lavoro.

Determinante, in questo, è stata anche l’idea che il nuovo brevetto ottenuto da Amazon riguardi un modo di trasmettere alla centrale aziendale ogni dato concernente gli spostamenti dell’operatore, i suoi ritmi di lavoro e i suoi eventuali errori. Non è così: il brevetto non ha per oggetto alcun controllo a distanza della prestazione; ma quando l’obiettivo prioritario è denunciare il “nuovo schiavismo consentito dal Jobs Act”, tutto fa brodo. Una risposta un po’ più meditata di lavoratori e sindacato alla novità di cui hanno parlato i media dovrebbe consistere, per un verso, nel controllare che nel nuovo strumento non vengano inseriti a tradimento dispositivi capaci di trasmettere a una centrale i dati relativi ai movimenti dell’operatore e ai suoi eventuali errori, oggi non previsti; per altro verso nel rivendicare che i frutti del guadagno di produttività conseguito per effetto dell’uso del nuovo strumento siano spartiti equamente fra l’impresa e i lavoratori. Maggior reddito con minore fatica. Il “nuovo schiavismo” forse è meglio cercarlo altrove.

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