La Lombardia, assieme alla sua autonomia, messa nell’angolo dalla politica

La Lombardia, assieme alla sua autonomia, messa nell’angolo dalla politica

di Sergio Vicario

Il 4 Marzo 2018 sarà Election Day in Lombardia e nel Lazio, ma non in Friuli e in Molise. In Friuli la Presidente Debora Serracchiani, che è anche vicesegretaria nazionale del Partito Democratico, ha detto che non intende dimettersi per consentire l’accorpamento del voto e rispetterà lo statuto della sua regione autonoma che prevede di andare alle urne un mese dopo.

Così, in Lombardia, si voterà contemporaneamente per il rinnovo della Camera dei Deputati, del Senato, del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta.  Una decisione che in regione ha un solo precedente nel 2013, motivato dallo scioglimento anticipato del Parlamento contestuale a quello del Consiglio regionale lombardo.

Dalla costituzione delle Regioni in poi, l’abbinamento delle elezioni regionali è stato solo con le elezioni amministrative comunali e provinciali, mai con le elezioni politiche nazionali o europee, tenute anch’esse sempre separate.

Questa volta, l’intero arco parlamentare (M5S, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Partito Democratico e Liberi e Uguali) si è invece trovato d’accordo nel concentrare nello stesso giorno le operazioni di voto.

Lega, Forza Italia e M5S, promotori del referendum lombardo sull’autonomia del 22 Ottobre 2017 costato 50 milioni di euro, in particolare, hanno motivato la loro decisione con le necessità di risparmiare sui costi di allestimento e di gestione dei seggi.

“Il Legislatore però – ce lo ricordava, in questo spazio a dicembre, la ViceSindaco di Milano, Anna Scavuzzo – ci propone di distinguere i due momenti elettorali. Sovrapporli creerebbe confusione fra gli elettori, già oggi lontani dall’aver compreso i differenti sistemi elettorali, con una legge elettorale di Camera e Senato alla sua prima applicazione, e con nuovi e differenti collegi elettorali”.

Della stessa opinione una mozione promossa unitariamente dai capigruppo di tutto il centrosinistra presente nel Consiglio comunale di Milano, dove si sosteneva che: “La motivazione del risparmio e dell’evitare la doppia chiamata  alle urne,  tenuta in nessun   conto nel recente referendum regionale sull’autonomia, non può far premio sulle ragioni di opportunità politica e di tutela della possibilità di libera e corretta espressione del voto”.

Ciò nonostante la politica nazionale ha tirato diritto, confermando che delle buone ragioni per cui la Lombardia chiede e dovrebbe avere più autonomia, da condividere con i propri territori a partire da Milano e dalla sua Città metropolitana, eventualmente se ne parlerà più avanti in qualche convegno.

Nelle sei settimane che ci separano dal voto, i cittadini lombardi saranno bombardati con le mirabolanti promesse del nuovo leader dei 5 Stelle, Luigi di Maio, sul reddito di cittadinanza, sull’aumento delle pensioni a 1.000 euro di Silvio Berlusconi, sull’uscita dall’euro di Matteo Salvini o sull’abolizione del canone Rai di Matteo Renzi che, inevitabilmente, comprimeranno il confronto su ciò che serve alla Lombardia per rimanere nel convoglio di testa delle regioni europee e continuare ad essere la locomotiva del Paese.

L’incoerenza di Roberto Maroni nel chiedere l’Election Day, aggravata dalla rinuncia a ricandidarsi,  è del tutto evidente e conferma la strumentalità con cui ha agitato la bandiera dell’autonomia. Subito ripiegata perché appare elettoralmente più utile mettersi sulla lunghezza d’onda che emerge dai sondaggi nazionali, piuttosto che misurarsi su quanto fatto e sulle proposte per la Lombardia.

Stupisce, però, la decisione del PD nazionale che, pur avendo un candidato come Giorgio Gori in grado finalmente di giocarsi la partita dopo più di vent’anni di governi del centrodestra, abbia optato per una scelta che inevitabilmente lo penalizza. I giornali riportano che la decisione del Viminale è il frutto delle pressioni del Presidente del Lazio, Zingaretti del PD e di un gesto di cortesia verso Forza Italia.

L’ordine sparso tenuto dal PD sulla vicenda denota almeno un po’ di confusione. Il tutto, come si dice, nell’assordante silenzio del PD lombardo.

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