Un contributo dei Movimenti Civici Lombardi nel confronto con Associazioni civiche del Nord Ovest

Un contributo dei Movimenti Civici Lombardi nel confronto con Associazioni civiche del Nord Ovest

Martedì 5.12 si è tenuto a Milano un incontro tra  diversi rappresentanti di Liste e associazioni civiche di Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte. Movimenti Civici Lombardia ha presentato il seguente contributo.                                                                      

L’“autonomia del fare” in una società aperta

Il Civismo è un fenomeno politico-amministrativo trasversale agli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra, ma con specifiche distinzioni. Non ha un preciso gruppo sociale di riferimento: si caratterizza, soprattutto, come assunzione di responsabilità diretta dei cittadini e dei corpi intermedi della società civile, nella soluzione, a diversi gradi, di problemi delle proprie comunità. Agisce anche a partire dal rovesciamento del concetto di sussidiarietà per come è stato praticato per oltre vent’anni dal centrodestra che, in Lombardia, ha concorso a determinarne i ritardi accumulati nei confronti delle Regioni europee più dinamiche e innovative.

Il Civismo federalista, nelle amministrazioni in cui è presente, si caratterizza per la richiesta di una “autonomia del fare”, indirizzata soprattutto ad incrementare e non a ridurre il grado di “apertura” delle comunità locali. È una concezione di autonomia che è esattamente il contrario del conservatorismo localista che ispira le parole d’ordine passate da un “prima ai lombardi/ /veneti/liguri ecc.” a “prima gli italiani”, mantenendo intatto l’aspetto di richiamo ad una solidarietà di tipo tribale piuttosto che ad una basata sull’accettazione di valori condivisi.

Senza autonomia politica e gestionale delle risorse economiche non esiste governo locale

L’invenzione del “patto di stabilità interno” definito dal ministro Tremonti, che lo impose molto prima dell’oggi impopolarissimo “fiscal compact”, ha segnato gravemente un’epoca di inversione di tendenza nella finanza pubblica, riportando gli enti locali a dipendere pressoché per intero dalla finanza derivata. Alla maggior autonomia politica e fiscale, si deve però affiancare la rivendicazione di un’autonomia anche nella progettualità e nella gestione dei servizi, a partire da quelli della mobilità, della formazione e del welfare, sapendo che la logica delle economie di scala, a livello nazionale e internazionale, può far perdere di vista le peculiarità dei territori in nome di un’astratta ottimizzazione complessiva.

Mantenere sul territorio le imposte e le tasse nominalmente locali

A partire dalle addizionali Irpef fino a qulla elettrica che i cittadini credono essere “provinciale” ma che in realtà da anni è interamente incamerata dallo Stato, i numeri indicano un fatto: non solo non si è attuato in nessun modo il passaggio della tassazione dal centro ai territori, ma addirittura le imposte nominalmente locali sono prelevate per oltre 3 miliardi all’anno per finanziare il bilancio dello Stato, a cui si affianca il progressivo azzeramento dei trasferimenti in spesa corrente e l’imposizione di parametri di contabilità che impediscono qualsiasi politica di bilancio anche ad enti sani e “ricchi” come  quasi tutti i grandi Comuni lombardi oppure ai numerosi piccoli Comuni che hanno avviato da tempo un consolidamento consortile delle funzioni condivise fra territori limitrofi. Si tratta di richieste esclusivamente a “saldo zero” sul bilancio statale, che garantiscono il mantenimento dei vincoli generali sui bilanci, ovvero l’obbligo del pareggio sulle partite correnti e quello dell’equilibrio finanziario annuale, come previsto dall’ex patto di stabilità interno, avendo però come contropartita l’abrogazione delle normative che limitano la disponibilità di spesa corrente su singoli capitoli di bilancio.

La riorganizzazione istituzionale possibile

La richiesta concreta di partenza per un negoziato con il Governo, a fronte delle possibilità offerte dall’art. 116 della Costituzione, riguarda sostanzialmente la richiesta di maggiori libertà nella gestione dei fondi e certezze sulla determinazione delle risorse proprie della Regione e con il coinvolgimento degli Enti locali come prevede la stessa Carta costituzionale.

In particolare proponiamo:

  1. La immediata intangibilità finanziaria delle tasse locali da parte dello Stato.
  2. La libertà normativa e legislativa in materia delle attuali tariffe, imposte e canoni comunali, provinciali e regionali (es. occupazione suolo, la tassa rifiuti o la e soprattassa elettrica).
  3. L’introduzione di un meccanismo di controllo statale dei saldi e della pressione fiscale combinata a livello regionale e non sulle singole leggi/imposizioni.
  4. La semplificazione tramite progressiva riduzione dei trasferimenti per funzioni delegate fra Stato-Regione-Enti locali corrispondenti a cessione di autorità impositiva fra Stato e territori con l’obiettivo di arrivare al 70% del bilancio regionale (sanità esclusa) ed al 90% dei bilanci provinciali e comunali finanziati con imposte territoriali.

La mancata abolizione delle Province non può significare il ripristino – peraltro impossibile – dello status quo ante. Le Province devono diventare enti intermedi della Regione e devono essere parte di un bilancio consolidato regionale, essendo ovviamente sottoposte al controllo ed alla competenza regionale e non a quella statale.

Leave a Reply

Your email address will not be published.