Il voto siciliano (3): Certezze e contraddizioni

Il voto siciliano (3): Certezze e contraddizioni

di Beppe Merlo

I numeri sono senz’altro certi, ma non poche sono le interpretazioni lasciano il campo all’opinabile o a destare interrogativi, come ad esempio l’interesse dei siciliani il loro ‘parlamento’ visto che a votare ci va meno di uno su due, che è di un 10%, inferiore a quello del referendum costituzionale confrontato con la partecipazione al referendum costituzionale e del 27% rispetto alle elezioni politiche del 2013.

Si corre il rischio di incorrere in un errore di valutazione omologare l’interpretazione del trend di voto siciliano a quello nazionale, perché ci sono filosofie politiche antropologicamente diverse che pesano e condizionano. In Sicilia una larga parte dell’ elettorato è attratta dal potere, pressoché immutabile da decenni, che ruota attorno ai nuovi viceré, l’alta burocrazia regionale punto di svincolo di qual si voglia processo.

Il trasformismo, il cambio di casacca, purché tutto rimanga immobile, è la costante nell’isola si dal Risorgimento, come Tomasi di Lampedusa ha narrato nel suo best seller, il Gattopardo, nella Repubblica ne ereditò spirito e pratica la cultura  democristiana, il cui ceppo, resiste nel tempo e continua a proliferare eredi; emblematico a Messina, il testimone che, ‘impedito per 11 anni’, Genovese padre, ha passato al ventunenne figlio Luigi, che forte di 21000 voti di accompagnamento subentra allo zio Franco Rinaldi a Palazzo dei Normanni.

Genovese padre, nipote dell’ex ministro democristiano Gullotti, ha avuto un nomadismo politico: DC, CDU, UDC, Margherita, segretario regionale PD, deputato per finire a Forza Italia: emblematico esempio del trasformismo, che il sistema elettorale siciliano garantisce, con un presidente maggioritario eletto indipendentemente dell’Assemblea, questa eletta col metodo proporzionale, uno scenario facilitatore di ogni compromesso.

L’alto astensionismo alle regionali è espressione d’impolitica, causata da limitazioni congiunturali  al voto di scambio o come qualcuno sussurra, per la ‘finanziarizzazione della mafia’.

La sinistra in Sicilia è sempre stata perdente, se si meticcia con la prassi democristiana, riesce a emergere in elezioni locali, e provare a generare i propri viceré ‘minori’. E’ illusorio pensare, con l’attuale offerta politica,  pensare di riportare al voto i delusi, dopo anni di disillusioni. Se per vincere occorre ritornare al passato la destra batte di gran lunga la sinistra, anche quella più radicale, che è a sua volta difensiva e priva sia di punte e sia di tifo.

Una sinistra subordinata ai magistrati e, soprattutto, a quelli entrati in politica che hanno fatto solo danni, ancor di più in una società la cui complessità è data dalla combinazione di fattori endogeni storicizzati e incancreniti e da fattori esterni. Sono un pezzo attivo della conservazione, sono stati e sono carburante per il populismo ed i suoi frutti: antagonismo per identità e impolitica per rifiuto.

Ricercare una ‘figurina’ a mo’ di ’brand’, per mascherare l’anima più conservatrice di una  sinistra, povera di visione e disarmata per sfidare i populisti, che in molti casi ricordano la vecchia propaganda del PCI,  dei CUB e di quant’altro, e che è la cifra di chi vuole speculare voti dall’opposizione, e dall’enorme bacino dell’Impolitica; ma per questi ultimi qualunque  brand di leadership percepite come inconcludenti o razionalmente prive di prospettive non sono  credibili, e se qualcuno crede di solleticarle in nome di un passato il grande rischio è che siano considerate alla stregua di uno  yogurt scaduto.

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