Il voto siciliano (1): Tre smentite e due conferme a interpretazioni ‘certificate’

Il voto siciliano (1): Tre smentite e due conferme a interpretazioni ‘certificate’

di Franco D’Alfonso

Il prof Francesco Brambilla, l’inventore della scuola di scienza statistica italiana, iniziando l’esposizione di un caso di analisi soleva dire: “mi sono già fatto una idea, non disturbatemi con i numeri “..

Il  prof Brambilla era un vero genio e poteva permettersi questo ed altro. Non essendo un genio, prima di esprimere valutazioni sul voto in Sicilia ho voluto dare  una occhiata alle serie storiche numeriche rilevanti (livello base di Brambilla, niente di professionale!) trovando rapidamente alcune smentite ad affermazioni già date per certificate.

La prima è che non è affatto vero che “il vero vincitore è il partito degli astenuti”: hanno infatti votato 2,179 milioni di elettori, circa 24 mila (su oltre 4,6 milioni di aventi diritto) in meno del 2013 . Il saldo negativo dei votanti, in linea con una tendenza generale italiana e non solo, è rispetto al lontano 2008, quando i votanti  furono poco più di 3 milioni. Senza voler trarre troppe conclusioni, mi limito ad affermare che la comparazione fra le ultime due tornate elettorali è quasi come nella prima repubblica, all’interno di una cornice consolidata, confermata dal fatto che tre dei quattro candidati  alla presidenza erano in lizza anche nel precedente turno.

Musumeci  ha vinto con 831 mila voti, avendone avuti 521 mila nel 2008, quando Miccichè, altro candidato di centro destra, ne aveva avuti 312 mila: la vittoria del centro destra è più nella ritrovata unità politica che non nel cambio di casacca dei famosi impresentabili, che girano con il loro cospicuo pacchetto di preferenze ma non determinano tendenza, al contrario come sempre la seguono.

Seconda smentita. Il candidato del centrosinistra ottiene  389 mila voti, perdendone rispetto al Crocetta vincente del 2008 quasi 240 mila. Quasi la metà del decremento pare essere attribuibile allo scarso appeal del candidato presso la sua stessa coalizione, dal momento che prende oltre 100 mila voti in meno con il voto disgiunto e vista  la sostanziale tenuta della lista del Pd, che prende 250 mila voti, solo 7 mila meno della precedente tornata. Il voto disgiunto ha interessato marginalmente la sinistra di Fava ed è probabilmente confluito in larga misura sul candidato 5Stelle, che prende oltre 200 mila voti in più della lista (nel 2008 erano stati 80 mila in più).

La sconfitta del centrosinistra non deriva quindi dalla sua “divisione” a sinistra e dalla scissione, ma dalla scarsa per non dire nulla attrattività della proposta politica e del candidato, con il Pd ridotto a difendere i “suoi” voti,  storicamente minoritari in Sicilia.

Terza smentita. La prima conferma viene proprio dall’ insostenibile leggerezza dell’essere (scissionisti)  il cui  candidato di sinistra-ista-ista  prende 6 mila voti in più del 2008, quando per di più per un disguido burocratico aveva dovuto presentare le liste “Fava presidente” e una candidata sostitutiva: è davvero difficile individuare l’apporto elettorale dei vari Bersani, D’Alema e Co., mentre è assolutamente pacifico che coloro che sono passati dal voto al Pd all’astensione (in Sicilia nel 2013 il Pd vincente perse quasi 250 mila voti rispetto ai 505 mila del tempo della Finocchiaro candidata sconfitta) devono essere rimasti nella medesima modalità, smentendo una delle principali asserzioni apodittiche di chi pensa sia necessario fare una “cosa a sinistra” a prescindere.

La seconda conferma è la tendenza fortemente positiva verso i Cinque stelle, che non è (ancora?) influenzata dalla scarsa caratura di governo dei propri rappresentanti e continua ad essere alimentata dagli elettori che cercano un cambiamento di classe dirigente e non lo trovano nell’offerta dei due poli tradizionali, ma in particolare in quello di centrosinistra, come già avvenuto a Roma, Parma e Livorno e come non è avvenuto a Milano (Torino è un caso a parte).

Aver quasi raddoppiato i consensi (da 368 mila a 722 mila sul candidato Cancelleri) non li porta a battere il centrodestra tornato magicamente credibile, ma determina la definitiva sconfitta del progetto del Pd “a vocazione maggioritaria”, che dal terzo posto al massimo può riscoprire la vocazione minoritaria tradizionale del Pci d’antan…

La Sicilia si conferma, elettoralmente parlando, la terra del Gattopardo, dove tutto cambia perché nulla cambi. La classe dirigente di sempre se non si divide sulla formula e sui nomi o non esagera con cattiva amministrazione generalizzata,  mantiene il controllo del potere locale senza problemi; i tentativi di cambiamento e rinnovamento hanno certamente uno spazio potenziale ampio, ma continuano ad essere come i Fasci siciliani di fine Ottocento, ardenti di passione ma privi di razionalità politica. Ma è anche la terra pronta ad entusiasmarsi ed a rispondere ad una idea nuova a patto che sia veramente  credibile, perché sa, come scriveva Tomasi da Lampedusa, che comunque niente rimane com’è, tutto invece decade e finisce come il cane Bendicò, prima imbalsamato e poi buttato via: “in un mucchietto di polvere livida”.

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